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In occasione Centenario Pci articolo per Critica Marxista gennaio 2021

Cento anni dopo
IMPORTANZA E LIMITI DELL’AMBIENTALISMO DEL PCI
Fulvia Bandoli
L’ambientalismo comunista non incrinò mai del tutto
la cultura industrialista e sviluppista del Pci.
Le diverse questioni ecologiche e ambientali rimandano
alla discussione di metà anni Sessanta sul “nuovo modello di sviluppo”. L’austerità di Berlinguer: diversa distribuzione delle risorse
e maggiore giustizia sociale. La svolta maldestra dell’89.
Del rapporto tra il Pci e l’ecologia molto si è parlato ma poco si è scritto1. Dovessi dirlo rapidamente la mette- rei così: come Engels non riuscì mai sino in fondo a con- vincere Marx dell’importanza del rapporto uomo-natu- ra, allo stesso modo ricercatori, intellettuali, filosofi e ambientalisti comunisti non riuscirono mai sino in fon- do a convincere i vari gruppi dirigenti del Pci a innova- re in radice la loro cultura politica e ad abbandonare una visione del mondo e dello sviluppo centrata sull’in- dustrialismo e sullo sviluppo senza limiti.
Qui parlerò dei tentativi, delle battaglie, dei risul- tati ottenuti (quasi sempre spinti da gravi fatti esterni) e dei troppi ritorni indietro. E cercherò di spiegare per- ché, a mio avviso, se la cultura ecologista – come quel- la femminista – fosse stata compresa e pienamente as- sunta dal Pci, negli anni Settanta, o anche negli anni Ottanta, quasi sicuramente in Italia oggi avremmo an- cora una sinistra.
Uomo, natura e società
Il Pci seppe certamente vedere negli anni del dopo- guerra e del boom economico il grande problema del di-
1 Un contributo ancora utile resta il libro di S. Gentili, Ecologia e Sinistra un incontro difficile, Roma, Editori Riuniti, 2002.
ritto alla casa, quello della crescente rendita specula- tiva e sviluppò una buona sensibilità sui temi urbani. In quegli anni prendono forma alcuni esemplari piani regolatori come a Bologna e cresce l’attenzione del gruppo dirigente comunista sul tema delle periferie a Napoli e a Roma. Anni dopo, nel 1979, con Petroselli sindaco, il Comune di Roma realizzerà l’unico piano per le periferie che la città abbia mai avuto. In quegli anni prende forma anche l’enorme lavoro di una vita di Gio- vanni Berlinguer sui temi della Sanità pubblica che lo porterà a lavorare alla creazione nel 1979 del Servizio sanitario nazionale e sulla cruciale questione della sa- lute nelle fabbriche con Giulio Maccacaro e Medicina democratica. Il Pci commissiona un’indagine sulle con- dizioni di lavoro e di salute nelle fabbriche. Vengono raccolti questionari e testimonianze di operai di 225 imprese. I risultati vengono presentati in convegni po- litici e concorrono a portare il tema della salute dei la- voratori in cima all’agenda politica e sindacale di que- gli anni2.
La sensibilità del Pci è dunque molto alta sui temi sociali e sulla condizione operaia ma sfugge ancora del tutto il nesso tra rendita fondiaria, speculazione edi- lizia e salvaguardia del territorio dal dissesto e la ne-
2 G. Berlinguer, La salute nelle fabbriche, Roma, Editori Riuniti, 1969.

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cessità di non consumare troppi terreni agricoli. O an- cora il nesso tra aumento delle emissioni, inquina- mento crescente nelle città e salute di tutti i cittadini.
Nel 1971 l’Istituto Gramsci organizza a Frattoc- chie un convegno sul tema Uomo Natura Società aper- to da Giovanni Berlinguer e Giuseppe Prestipino. Sembra l’inizio di una fase nuova ma l’insieme del partito resta piuttosto freddo di fronte ai temi discus- si. Nel 1972 escono anche le Tesi del Club di Roma sui Limiti dello sviluppo, a cura di un gruppo di econo- misti e scienziati diretti da Aurelio Peccei. Ma le pa- role “limiti dello sviluppo” facevano a pugni con la cul- tura politica prevalente nel Pci in quegli anni. Nel frattempo però molti ecologisti – ben prima che si for- masse il partito Verde (che verrà fondato solo nell’87) – si iscrivono al Pci o alla Sinistra Indipendente che aveva liste collegate. Laura Conti, Giorgio Nebbia, Antonio Cederna, Massimo Serafini, Carla Ravaioli, Valerio Calzolaio, Milvia Boselli, Enzo Tiezzi e molti altri, vengono eletti in Parlamento o chiamati nelle giunte locali di sinistra.
Dentro il Pci in quegli anni c’è anche un nutrito gruppo di urbanisti molto attenti ai temi ambientali e paesaggistici: Vezio De Lucia, Eddy Salzano, Giusep- pe Campos Venuti, Pier Luigi Cervellati, Federico Oli- va, Felicia Bottino, Alessandro Dal Piaz, e in rapporto con loro, pur se non iscritti, vi sono alcuni trasportisti all’avanguardia sui temi del trasporto su ferro come il prof. Semprini e Maria Rosa Vittadini. Alcuni di loro entreranno nel Comitato scientifico della Legambien- te, nata nel 1980 nell’ambito dell’Arci e che 8 anni più tardi diventerà una associazione autonoma.
Dunque non mancavano le competenze e le sensi- bilità ecologiste dentro il Pci, anche molto riconosciu- te, ma contavano poco. Il gruppo dirigente nazionale a volte sembra aver capito e accoglie posizioni innovati- ve ma troppo spesso torna alla cultura politica origi- naria e non si apre abbastanza a nuovi contributi. E su alcune vicende emblematiche lo si vide assai chiara- mente. Restava un non detto, ma a volte anche un det- to esplicito da parte di qualcuno, ed era il convinci-
mento che l’ecologia, nata nei primi movimenti statu- nitensi contro l’inquinamento, fosse una sorta di “moda piccolo-borghese”. Interessarsi degli alberi, dell’acqua, dell’aria, dell’energia, dei trasporti su ferro, secondo molti non aveva nulla a che vedere con la classe ope- raia, il lavoro e la giustizia sociale. E invece così non era e furono alcuni fatti nudi e crudi, proprio negli anni Settanta e Ottanta, ad incaricarsi di smentirlo.
Fatti nudi e crudi: Seveso
È il 10 luglio del 1976. Brianza. Zona di mobilifici fa- mosi ma nell’area c’è anche un’industria chimica sviz- zera, l’Icmesa. Il reattore A101 rileva un guasto, gli ope- rai tentano di arginare il danno ma non ci riescono, uno dei più potenti e tossici componenti chimici, la diossi- na, fuoriesce nell’aria. L’impatto è micidiale. Muoiono 80mila capi di bestiame, le abitazioni in zona A vengo- no abbattute e altre abbandonate. Sono gravi anche i danni alla salute dei cittadini. Vengono evacuate 700 persone. Alle donne in attesa di un figlio, viene conces- so, se temono malformazioni ai nascituri, di ricorrere alla interruzione di gravidanza: da quella vicenda par- te una discussione difficile sull’aborto terapeutico e in generale sulla possibilità che sia una libera scelta del- la donna. Dopo due anni, nel 1978, l’Italia si doterà di una legge in materia.
Qualche anno dopo inizia il processo di decontami- nazione, tutto il terreno inquinato viene scrostato e rin- chiuso in enormi vasche di contenimento sigillate e sot- terrate. Una delle persone che starà accanto alle don- ne e alla popolazione di Seveso è Laura Conti, medica, comunista, partigiana, ecologista e in quel momento an- che Consigliera regionale in Lombardia. Sulla sua espe- rienza a Seveso scriverà due libri3.
In uno di essi e negli articoli di quei mesi elabora una metodologia di analisi e valutazione che sarà alla base della Direttiva europea Seveso sulla prevenzio- ne dei grandi rischi industriali e sul principio di pre- cauzione.
3 L. Conti, Visto da Seveso, Milano, Feltrinelli, 1977; Ead., Una lepre con la faccia di bambina, Roma, Editori Riuniti, 1978.

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Per gli ambientalisti comunisti e anche per tutti gli altri Laura Conti diventa una maestra, considerata e seguita. Stimata anche nel suo partito, nel quale però non riesce a pesare come avrebbe voluto sulle scelte de- cisive. Un destino comune che parecchi, negli anni, con- divisero con lei.
Mare di schiuma
Capitò alcune volte anche alla fine degli anni Settan- ta, poi nel 1984 comincia la prima grande fioritura al- gale in Adriatico e anche nel Tirreno, e infine negli anni 1987-89 la mucillagine diventa invasiva e per varie set- timane gli abitanti della riviera adriatica si svegliano, guardano il mare e al posto dell’acqua vedono solo una distesa sterminata di schiuma marroncina densa e ma- leodorante. Sono alghe ma non le solite alghe, oppure, azzarda qualche studioso, è una sostanza che viene emessa dalle alghe, forse è anche tossica. Sicuramen- te toglie ossigeno ai pesci, che escono dal mare e ven- gono a morire sulla spiaggia. Non avevamo mai visto nulla di simile. L’ecosistema mare completamente in tilt. Il fenomeno dell’eutrofizzazione (eccesso di nu- trienti-nitrati e fosfati) era iniziato vari anni prima, pur con minore intensità, sia nell’Adriatico sia nel Tir- reno e spesso le acque si tingevano di rosso o marrone. Era il fiume Po che portava, attraverso gli scarichi non depurati, una insostenibile massa di fosforo derivante soprattutto dalla composizione dei detersivi e dagli al- levamenti intensivi di suini. Ma era anche la chimica: ogni giorno infatti scaricavano i loro fanghi, in quei due mari, gli stabilimenti della Montedison di Porto Mar- ghera e di Scarlino. Crollò il turismo per vari anni.
Nacque il movimento per la salvezza dell’Adriatico, si mossero sindaci, partiti politici e in primo luogo il Pci ravennate e romagnolo, e non solo le associazioni am- bientaliste; furono in quegli anni i primi “scioperi am- bientali”, promossi dall’assessore provinciale all’am- biente di Ravenna Ivo Ricci Maccarini, che istituirà an- che il Cervia Ambiente. Ed è Massimo Serafini, prima Pdup e poi Pci, parlamentare ravennate, ad animare quella battaglia per anni e a trasferirla anche in Par- lamento.
I risultati dopo molte lotte e tanti studi furono una Legge nazionale che riduceva il fosforo nei detersivi, la Regione Emilia Romagna, che seguita da alcune al- tre, si dotò di un diffuso sistema di depurazione per scarichi civili e allevamenti agricoli e che equipaggiò, con apparecchiature, tecnici e scienziati, la Daphne, una nave che controllò da quel momento la qualità del mare. La chimica invece non fu toccata, e gli scarichi abusivi in mare continuarono ancora, nel silenzio di partiti e sindacati. Solo gli ambientalisti, anche quel- li comunisti, e Greenpeace, ogni tanto di notte anda- vano a inseguire le bettoline della Montedison che continuavano a scaricare i fanghi tossici al largo della Laguna.
Lavoro e/o ambiente?
Farmoplant e Acna (Azienda coloranti nazionali e af- fini): queste due fabbriche e le loro vicende snodatesi per quasi quindici anni hanno forse incarnato la som- ma delle contraddizioni più significative dentro i sin- dacati, nel Pci, nelle istituzioni locali, nei governi na- zionali, e anche tra i lavoratori: salvare il lavoro o l’am- biente? O riconvertire le produzioni per salvare sia l’ambiente che il lavoro? O chiudere uno stabilimento se i danni che produce sono enormi e irrecuperabili? Gli incidenti alla Farmoplant furono tantissimi (il più grave nell’87) e fu aperta e chiusa varie volte fino alla dismissione definitiva. Ma la cosa più significativa fu la scelta degli operai durante il referendum che dove- va decidere se chiudere o ristrutturare: contrariamen- te a quella che era l’opinione dei sindacati e anche del Pci (ristrutturare) gli operai scelsero, coraggiosamen- te, la chiusura.
Lo stesso si può dire per l’Acna di Cengio, una fab- brica di vernici che per decenni inquinò falde e fiumi della Val Bormida tingendoli di rosso, e dalla quale si sprigionò nell’88 una nube tossica che provocò danni alla salute e seri problemi respiratori alla popolazione di tutta l’area. I sindaci e gli amministratori organiz- zarono proteste, e manifestazioni, e anche in quel caso il sindacato stette con l’azienda (per salvare il lavoro). Il Pci, più travagliato, si divise in due: chi voleva sal-

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vare il lavoro, chi l’ambiente. Non riusciva proprio a farsi strada stabilmente l’idea che senza garantire la salute dei lavoratori e un ambiente sano, alla lunga non ci sarebbe stato neppure il lavoro. Ma certo non fu facile convincere i lavoratori Acna che il loro posto di lavoro andava chiuso.
Brandelli d’Italia
Brandelli d’Italia è il titolo di un famoso libro di Anto- nio Cederna, del 1991, che ha come sottotitolo Come di- struggere il bel paese. I centri storici erano già stati svuotati, la speculazione non era stata fermata, le co- ste cementificate in molte regioni, l’abusivismo soprat- tutto al Sud dilagava, e il dissesto idrogeologico si pre- sentava come una delle piaghe stabili per il nostro pae- se. Ci vorrebbe un articolo ad hoc per scrivere il lungo elenco di frane e alluvioni, basti un dato macro: dai pri- mi del Novecento al 2014 si sono verificate 1.319 frane, con 7424 tra morti e feriti, e 970 alluvioni con 4521 tra morti e feriti.
Dal 1950 al 1990 invece ricordiamo solo le princi- pali: Polesine, Reggio Calabria, Salerno, Ancona, Vajont, Firenze, Triveneto, Piemonte tante volte, Ge- nova e Liguria tantissime volte, Val di Stava in Tren- tino, Valtellina, Campi Bisenzio, Poggio a Caiano.
Così come sarebbe un triste rosario l’elenco di tutti i terremoti gravi e gravissimi. Dissesto idrogeologico e messa in sicurezza del territorio da tutti i rischi: que- sta è stata una delle battaglie più serie e continuative che gli ambientalisti comunisti hanno ingaggiato den- tro e fuori dal loro partito e in Parlamento. La più gran- de e urgente opera pubblica che serviva e che serve an- cora all’Italia. Dopo ogni disgrazia si strappavano im- pegni a intervenire, e qualcosa veniva fatto: la Legge 183 del 1989 che istituiva le autorità di bacino e i Pia- ni di bacino idrografico. Un metodo innovativo di pia- nificare sul territorio partendo dalle sue peculiarità, coordinando il lavoro anche tra Regioni diverse ma ap- partenenti allo stesso bacino. Alcune misure contro l’a- busivismo, la Legge che istituì i Parchi nazionali nel
1991. Ma passate le tragedie tornavano le brutte abi- tudini: Dc e destre condonavano, e a volte qualcuno che difendeva l’abusivismo cosiddetto “di necessità” lo si trovava anche tra gli amministratori locali del Pci.
Purtroppo la Legge183 non venne quasi mai ap- plicata e oggi possiamo dire che è stata completamen- te svuotata. Sembra incredibile ma per convincere la Direzione nazionale del Pci a riunirsi per discutere e approvare impegni precisi contro il dissesto idrogeo- logico gli ambientalisti comunisti ci misero moltissimi anni. La risposta era che si trattava di un tema non politico e troppo settoriale. Ma cosa c’era di più politi- co e meno settoriale del fatto che intere parti d’Italia ogni anno crollavano e si allagavano e con esse case, scuole, porti, fabbriche e ospedali? Ripagare i danni a posteriori inoltre era un suicidio economico. Sarebbe costato assai meno prevenire. E questo, un partito che puntava molto sulla critica al malgoverno della Dc, avrebbe dovuto capirlo più in fretta!
Alta Velocità
Nel 1890 il grosso della nostra rete era già ultimato. Una sfida pazzesca, per un paese pieno di montagne [...] fede- rare le nostre diversità. Nel 1940 si raggiunse l’apice: 42 mila km di rete, 330 milioni di passeggeri, 190 mln di ton- nellate di merci trasportate. Il fischio del treno raggiun- geva ogni sperduto paese. Poi vennero il boom economico, la gomma e la dismissione delle linee [...] oggi la carta fer- roviaria disegna un corpo scarnificato, senza capillari, ri- dotto alle sole arterie. E gli orari? Quelli di ieri erano en- ciclopedie, ora sono opuscoli4.
Il Pci nel primo dopoguerra e fino al 1960 è a favore del- la ferrovia, essenziale per collegare anche i posti più pic- coli. Poi scoppia il boom economico: la Fiat, l’utilitaria, la Pirelli e la gomma e per i trasporti in Italia comincia un’altra storia. Molte reti ferroviarie minori dal 1960 al 1990 vengono tagliate (i cosiddetti rami secchi) e la rete si ridurrà in quegli anni della metà, a tutt’oggi la rete si estende per poco più di 17.000 km.
4 Paolo Rumiz, L’Italia in seconda classe, Milano, Feltrinelli, 2009.

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Il Pci non si oppone a questo cambio troppo drasti- co del sistema trasportistico italiano in favore della gomma e dell’auto. Anche le merci cominciano a viag- giare prevalentemente su gomma. Quando a metà de- gli anni Ottanta si apre la discussione sull’intero pro- getto di Alta Velocità (la famosa “T” Napoli-Milano e Venezia-Torino-Lione) il Pci è subito d’accordo e anche la Cgil. Il mondo ambientalista invece, anche gli am- bientalisti comunisti, hanno un’opinione diversa: pro- pongono un raddoppio, nella stessa sede, di tutte le li- nee esistenti per dedicarne una più veloce solo ai pas- seggeri e una solo alle merci, che in questo modo po- trebbero andare più rapide ed essere competitive con la gomma. Togliendo inquinamento e molti camion dal- le strade. Il progetto costerebbe assai meno e sarebbe realizzabile in tempi molto più brevi. Il dibattito è lun- go e molto conflittuale, ma alla fine gli ambientalisti perdono questa battaglia.
Oggi siamo il paese d’Europa con più merci su gom- ma, e con la necessità, se vogliamo diminuire le emis- sioni climalteranti, di portarne almeno il 30% in più su ferro. Quanto all’Alta velocità, beato chi abita sulle di- rettrici principali, per tutti gli altri milioni di cittadini il sistema ferroviario o non esiste affatto o si avvale an- cora di mezzi antidiluviani.
Il dramma di Chernobyl
Lo spiazzamento più clamoroso del Pci lo registrammo sul tema dell’energia. È questa la vicenda più emble- matica che dà la dimensione esatta del ritardo e della incapacità a prefigurare in tempo un diverso modello di sviluppo e di consumi fondato sulla riconversione eco- logica dell’economia, sul cambiamento del lavoro/dei la- vori e del ciclo delle merci e su una più equa distribu- zione della ricchezza (su questo tema resta insuperato maestro un altro ambientalista, Giorgio Nebbia, eletto anch’esso dal Pci seppur come indipendente).
Quando comincia la crisi petrolifera e si fa strada la scelta nuclearista in Italia il Pci, pur chiedendo qual- che correzione al faraonico Piano energetico nazionale del ’76, è comunque a favore della scelta nucleare. Gli ambientalisti comunisti, la Fgci, alcune donne dirigen-
ti nazionali, l’Arci e i compagni dentro la Legambiente, invece lo avversano. Nonostante le molte contrarietà nel 1981, il Pci e la Cgil sostengono il Piano energetico nazionale, che prevede la costruzione di nuove centrali in Italia. Poco importa che in ogni territorio nel quale è prevista la costruzione di una Centrale (Trino Vercel- lese, Caorso, Montalto di Castro) si sviluppino vasti mo- vimenti che spesso vedono i giovani comunisti e gli am- bientalisti del Pci in prima fila accanto alle associazio- ni ambientaliste.
La linea ufficiale resta quella e non cambia. Fino a Chernobyl. È il 26 aprile 1986, durante un test defini- to “di sicurezza” il personale si rende responsabile di manovre azzardate e della violazione di diverse norme di sicurezza, causando un repentino aumento della po- tenza del nocciolo del reattore. Errori banali, frutto di scarsa consapevolezza e conoscenza, provocano il più grande disastro nucleare del mondo. La fuoriuscita di vapore contaminato cessa il successivo 10 maggio, ma il reattore della centrale viene definitivamente tomba- to nel “sarcofago” solo tre anni dopo grazie al lavoro di migliaia di uomini che si sottoporranno a dosi di ra- diazioni altissime e che ne moriranno. La storia li ri- corderà come “i liquidatori”. Gli isotopi della morte av- velenano un territorio di 150 mila chilometri quadrati sul quale vivono 17 milioni di abitanti. All’epoca tra loro due milioni e mezzo hanno meno di sette anni.
Le prime reazioni delle fonti ufficiali minimizzano l’impatto della nube radioattiva sul territorio italiano. Ma durante una conferenza stampa ai primi di maggio la rivista La Nuova Ecologia e Legambiente comunica- no dati che documentano la presenza preoccupante di radionuclidi su molte aree del Paese. Nei giorni suc- cessivi le autorità vietano il consumo degli alimenti più a rischio come latte e insalata. Il 10 maggio a Roma si svolge una manifestazione con più di 200.000 persone, per la prima volta anche le femministe italiane parte- cipano, pur in uno spezzone formato solo da donne.
Il 20 maggio sull’Unità esce un appello femmini- sta rivolto alle donne dei partiti, nel quale si convoca una nuova manifestazione per il 24 maggio. Livia Tur- co (responsabile nazionale delle donne del Pci) parte- cipa aprendo un canale di comunicazione con il fem- minismo che darà i suoi frutti per vari anni. Le don-

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ne comuniste e gli ambientalisti del Pci capiscono per primi Chernobyl e tutte le sue implicazioni e con le loro analisi intervengono, senza integralismi, in quel difficile crocevia, come dimostrano il convegno e il li- bro su Scienza potere coscienza del limite pubblicato dalla sezione femminile del Pci nel luglio dello stesso anno e i molti convegni promossi dagli ambientalisti comunisti.
Il Pci, attonito e sotto botta, non riesce a dir nulla. Aveva appena concluso dieci giorni prima dell’inciden- te il suo XVII Congresso nazionale a Firenze boccian- do, per un pugno di voti, gli emendamenti Bassolino e Mussi sostenuti dagli ambientalisti del partito che chie- devano di mettere in discussione il nucleare: 440 voti a favore, 457 contrari e 59 astenuti.
L’anno successivo, nel 1987, si tiene il referendum e prevale la posizione che prevede l’abbandono della pro- duzione nucleare in Italia. Anche il Pci vota per la chiu- sura. Ma non è per profonda convinzione (l’ala più “in- dustrialista” continuerà a sostenere il nucleare), quan- to piuttosto perché dopo Chernobyl il gruppo dirigente nazionale non poteva fare altro.
Quale modello di sviluppo
A ben guardare tutte le vicende che ho illustrato fin qui, il tema è sempre lo stesso del 1966. La prima discus- sione su quale modello di sviluppo il Pci dovesse perse- guire infatti avviene all’XI Congresso. Togliatti era morto a Yalta due anni prima. Erano iniziati gli anni del centro-sinistra e il Psi di Nenni era al governo con la Dc. L’unità delle sinistre si dibatteva in una grave crisi. Si cominciava a parlare di consumismo e di neo- capitalismo. In quel congresso si discute se la sfida dei governi di centro-sinistra debba essere accettata, a co- minciare dalla “programmazione economica” allora al- l’ordine del giorno (Amendola pensava di sì), o se si deb- ba invece costruire un’alternativa radicale, un “nuovo modello di sviluppo” (questo sosteneva Ingrao). Ebbe a scrivere Alfredo Reichlin:
Ingrao vedeva il tema delle grandi trasformazioni del ca- pitalismo italiano, che non era più arretrato o straccione, come sosteneva Amendola, ma bisognoso d’essere guida- to e governato lungo l’asse di un inedito sviluppo, a parti- re dai punti alti già raggiunti in quell’Italia in movimen- to, e che fosse in linea con la modernizzazione necessaria del sistema-paese. Ingrao lo fece proponendo di cambiare il tipo di sviluppo economico, superando i bassi salari, al- largando il mercato e il ventaglio dei bisogni, fuori dai ri- voli corporativi della protesta, e imprimendo un segno de- mocratico al meccanismo dell’accumulazione. In quella di- scussione era Ingrao il riformista e non Amendola, fermo invece all’arretratezza5.
Sul modello di sviluppo i comunisti italiani hanno con- tinuato a discutere sempre, mettendo al centro, di vol- ta in volta: il ruolo dello Stato e del pubblico in econo- mia (la discussione sul keynesismo), la contrarietà alla Cassa per il Mezzogiorno, soppressa solo nel 1984 per- ché strumento di un intervento assistenziale verso il Sud, la necessità di una politica dei salari, misure effi- caci sulla evasione fiscale, la scelta europea nei primi anni Ottanta.
Ma solo Enrico Berlinguer, nel gennaio del 1977, prova ad accendere una luce su temi assai vicini a quel- li della nascente cultura ecologista. L’ambientalista tra i due Berlinguer era Giovanni, ma credo che le idee e le battaglie del fratello abbiano avuto un peso anche su Enrico. Nel famoso discorso dell’Eliseo Berlinguer non nomina mai la parola ecologia, ma l’impianto è molto innovativo: attorno ai concetti di spreco e di sfrenato consumismo Berlinguer sembra voler aprire una ri- flessione su un’altra idea di sviluppo.
Il termine austerità viene declinato attraverso la necessità di superare ogni spreco, di introdurre più qualità nei consumi, e dunque anche una diversa re- distribuzione delle risorse, e più giustizia sociale. Ma non mancano coloro che danno dell’austerità una let- tura molto diversa, alcuni la interpretano in modo così distorto da stravolgerla, fino a presentarla come la ri- chiesta di sacrifici ulteriori per la classe operaia. Altri
5 Cit in B. Gravagnuolo, Lo scontro tra Amendola e Ingrao, in l’U- nità, 26 marzo 2005.

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invece la capiscono, e non l’accettano. Né fuori dal Pci, perché sanno che metterebbe in discussione il modello di sviluppo così come si è definito fino a quel momen- to, né dentro il partito dove è ancora forte l’impianto industrialista e prevale la parte che pensa lo sviluppo come illimitato e non è d’accordo di metterne in di- scussione alcuni cardini fondamentali. E così la batta- glia degli ecologisti comunisti continua tra alti e bassi fino alla fine del Pci e per molti di loro anche oltre.
Penso che per tante e tanti di noi sia stato un lavo- ro esaltante e che si siano ottenuti alcuni apprezzabili risultati. Ma resta il grande rammarico di non averce- la fatta a trasformare il Pci in un partito socialista (nel senso originario del termine), ecologista e femminista.
La svolta maldestra dell’89
Poi arriva l’89, la caduta del Muro di Berlino, e la svol- ta più dolorosa ma anche più maldestra che si potesse immaginare. Chi la propose la caricò di tutti i possibi- li sensi di colpa. Invece di festeggiare la caduta del Muro, perché noi comunisti italiani avevamo sempre concepito il socialismo come il contrario di un regime autoritario e senza democrazia, prevalse lo sconcerto. Potevamo uscire dalle macerie del Muro come un gat- to si salva dal terremoto, e invece restammo sepolti, quasi che sulle nostre spalle gravassero le stesse re- sponsabilità della Germania dell’Est o del Pcus e del- l’Unione Sovietica.
La peculiarità del comunismo italiano e la sua via de- mocratica al socialismo furono azzerate. Scomparve, da un giorno all’altro, quel Pci che Gramsci aveva voluto ra- dicalmente diverso dai partiti comunisti dell’Est e che Togliatti definì “una giraffa”, a significare quanto fosse unico rispetto a ogni altro partito comunista esistente.
Non ho mai negato che una svolta fosse necessaria. Il fatto è che svoltammo senza alcuna fierezza di ciò che eravamo stati e arrivammo, frastornati e incerti, in una
terra di nessuno. Perdemmo in quel passaggio quasi tutti i nostri migliori “bagagli”: le radici sociali che ar- rivavano ancora in tutta l’Italia, la buona capacità di analisi della realtà, le strutture territoriali e nei luoghi di lavoro, il volontariato di tante migliaia di iscritti, e soprattutto i due tentativi più innovativi, avvenuti en- trambi negli anni Ottanta: l’incontro con l’ecologia e quello con il femminismo. Per uscire dalle macerie in- fatti non serviva tanto o solo cambiar nome, come si il- lusero coloro che lo proposero. Il Pci, indipendente- mente dal crollo dell’Est, segnava il passo già da diver- si anni, faticava a innovare la sua cultura politica, tar- dava a capire le trasformazioni profonde, le nuove idee sullo sviluppo e i movimenti sociali e anche i cambia- menti in atto nel mondo del lavoro.
Dopo la svolta non ripartimmo dalle due più grandi rivoluzioni pacifiche della seconda metà del Novecento. Anzi, il Pds e i Ds furono ancor meno attenti di quanto non fosse stato il Pci. La battaglia degli ecologisti di si- nistra e delle femministe continuò ugualmente ma rag- giungere risultati significativi fu difficilissimo.
Al momento della svolta avevamo ancora gruppi si- gnificativi di ecologisti e di femministe e buone elabo- razioni e proposte per tentare di diventare un partito eco-socialista e femminista. Ma la maggioranza del gruppo dirigente teorizzò e scelse sempre più chiara- mente di non avere alcun profilo distinguibile. E così maturò una subalternità evidente ai modelli liberisti dell’epoca. Oggi alcuni dei protagonisti di quella invo- luzione lo ammettono. Ma dirlo trent’anni dopo ha poco valore. Poi dai primi anni Duemila, anche quel poco che restava della sinistra dopo l’89 si sgretola ulteriormen- te: politicismi esasperati, l’illusione della vocazione maggioritaria, i “nuovi contenitori”, il partito leggero.
Il tutto si conclude, nel 2007, con la nascita del Pd, che unisce malamente e burocraticamente i Ds e la Margherita, che a mio parere dovevano restare partiti distinti perché diversi. E oggi l’Italia è ancora l’unico paese europeo senza una sinistra politica.

Articolo sui Brevetti pubblicato sul sito del Crs

Togliere i Brevetti, in fretta.

Che si tratta di una pandemia lo sappiamo da un anno, che ha colpito durissimamente tante vite umane portandosele via e tutte le vite di ogni essere umanocambiandole nel profondo ce lo dicono i numeri,impietosi, dell’Europa e del mondo intero. E in questo contesto una riflessione puntuale  andrebbe fatta sulla brutta prova di governo fornita in particolare da tutte le democrazie occidentali. Non per mettere in discussione la democrazia, ma semmai il modello di sviluppo e le politiche economiche, sociali  e sanitarie scelte dai governi occidentali. E non va dimenticato neppure il ritardo con il quale questi paesi  hanno compreso l’entità del fenomeno cui si trovavano di fronte. La Cina è stata sicuramente colpevole di omissioni e di informazioni tardive una volta isolato il virus, ma anche quando le informazioni ci sono giunte, molti paesi occidentali hanno tardato settimane o mesi prima di prendere le prime misure di contenimento. Adesso però, dopo un anno, siamo in una  fase diversa: è vero che il virus èancora molto attivo in tutta Europa , in Africa, Brasile, India e negli Usa, e che tanti Paesi sono ancora in Lockdown.     Ma negli Usa ora c’è un Governo che ha deciso di affrontare il problema.                     Esoprattutto da qualche mese sappiamo di avere a disposizione vari tipi di vaccino.     Questo dato segna una svolta. Non insisterò sulle differenze tra un vaccino e l’altro, sul fatto che tutti sono nati grazie a ricerche di laboratori di Aziende farmaceutiche multinazionali private anche se fortemente finanziati da risorse pubbliche ( salvo quello cubano, ancora  in fase di sperimentazione e tutto pubblico,  e quelli russo e cinese sui quali ho meno informazioni sulle case produttrici).  Qui voglio trattare un solo punto : abbiamo vari tipi di vaccini, ma dopo il primo mese di vaccinazioni sono emersi  limiti sostanziali.  Il vaccino per tutti, che sarebbe “ la cura di cui ha bisogno il Mondo” per immunizzarsi in tempi più brevi possibili ,non è disponibile per tutti e ha costi altissimi che i paesi poveri non potranno mai permettersi. Le multinazionali farmaceutiche si sono accaparrate tantissimi contratti e commesse e non riescono  a far fronte alla domanda,neppure a quella dei paesi ricchi. E per questo, in tutta  Europa, ogni piano vaccinale nazionale sta saltando o ritardando di molti mesi. E detto per inciso, se non riusciremo a vaccinare entro il prossimo inverno il 60/70% della popolazione europea, non ci sarà  Recovery Plan  che tenga: le cifre della crisi economica crescente lo travolgeranno. Mentre i paesi poveri non potranno mai arrivare al vaccino.                                                                                                                          Abbiamo vissuto una situazione analoga, pur con tutte le differenze del caso, quando l’Hiv imperversava in tanti Paesi del Mondo ma soprattutto in Africa, focolaio principale, e la cura aveva costi proibitivi per tutti i paesi poveri. Dopo lunghi mesi di lotte , manifestazioni , dopo la sollevazione popolare in tanti paesi e la solidarietà estesa di mezzo mondo, Nelson Mandela, Presidente del Sudafrica, e altri leader  di paesi africani riuscirono a strappare all’Onu, all’OMS e al Wto l’impegno di  togliere i brevetti, cosi che i farmaci potessero essere prodotti anche in Africa diventando quantitativamente sufficienti ed  economicamente accessibili a tutti i paesi poveri. Fu una svolta. Che riportò sotto controllo una malattia che già aveva mietuto un numero enorme di vittime.

Una svolta analoga  va fatta oggi se vogliamo che il vaccino sia per  tutti e non in base al Prodotto Interno Lordo. Durante una guerra, o in condizioni particolarissime, i brevetti su medicinali salvavita possono essere superati, e i Governi possono avere voce in capitolo. Una pandemia non è una guerra, ma è, incontestabilmente, un flagello che sconvolge un pianeta intero. Dunque da questo assunto bisogna prendere le mosse.

I risultati della ricerca scientifica, delle sperimentazioni e dunque anche i vaccini, tutti i vaccini che avranno l’approvazione sono un bene comune e vanno messi in comune. Non esiste il mio vaccino e il tuo vaccino. Esistono  i vaccini e  sono l’unico rimedio per curare il mondo in questo momento. Angela Merkel, che non a caso oltre che una leader di Governo  è anche una scienziata, ha opportunamente sottolineato giorni fa che , nonostante le forti divergenze dalla Russia e dalla Cina sui diritti civili, la democrazia e le divergenze in politica estera, lei è pronta , se i vaccini russo e cinese saranno approvati da Ema, a collaborare  e a fare accordi per produzioni comuni. Un approccio che condivido; quando è in pericolo la sopravvivenza umana, i risultati della scienza e la cura del mondo vanno condivisi.

Ma un passo deciso l’Europa non l’ha ancora fatto, si discutono eventuali ricorsi e revisione dei contratti con le Aziende produttrici. Strade impervie che hanno tempi biblici e mille cavilli da scavalcare. Se poi hai fatto contratti discutibili e ti sei impiccato con le tue mani a penali inesistenti ,e poco cogenti, allora davvero è inutile incamminarsi per queste vie.

Oramai è accertato che Pfizer  ha accettato più ordini di quanti poteva evaderne, e anche con gli stabilimenti ristrutturati non siamo certi riesca a mantenere tutti gli impegni presi. A questo si aggiunge il ritardo  di molti mesi di Astrazeneca un vaccino non ancora approvato e che pare avere qualche problema di efficacia da risolvere) e la scelta di  Moderna di produrre soprattutto per gli Usa che contano di farne un milione al giorno.  E ancora  molto indietro stanno Sanofi e Johnson and Johnson. Che fare allora?

L’Unione Europea, il  WTO  e l’OMS  (come chiede la Petizione promossa da mesi dal Governo Sudafricano ,Indiano e da Medici senza Frontiere) devono mettere subito in comune  tutti i vaccini approvati e quelli in via di approvazione (compresi quelli cinesi russo cubano) e deliberare in fretta il superamento dei Brevetti.   Il mondo intero non può restare appeso alle ristrutturazioni di una o due multinazionale, alle loro oscillazioni sul prezzo, alle incertezze e ai rallentamenti cui ogni produzione può incorrere.  Se vogliamo tornare a vedere uno spiraglio di luce entro il 2021 servono al nostro Pianeta miliardi di vaccini e per averli bisogna da subito mettere in comune le ricerche, le conoscenze esoprattutto i processi produttivi. Togliendo i brevetti i vaccini potranno essere prodotti in tante aree del mondo e arrivare dovunque , in ogni paese , come giustiziasociale e  democrazia esigono.

 

Andare e tornare: dall'Io al Noi e dal Noi all'Io

Andare e tornare: dall’io al noi  e dal noi all’io

 

1. Nel mondo c’è rabbia e rivolta. Guardare agli avvenimenti che si succedono è per noi da tempo motivo di inquietudine, ma soprattutto ci interroga sull’urgenza di un bagno di realtàper poi nominarla e trasformarla. Non vogliamo restare fedeli, fosse pure al femminismo, senza la capacità di agire in conseguenza dei cambiamenti del mondo. 

 

2. Sugli avvenimenti: come leggiamo quello che accade dal Cile alla Bolivia, a Hong Kong, dal Libano all’Algeria, dall’Iraq all’Iran? Come valutiamo il grande protagonismo delle donne che, soprattutto in America Latina gridano “El violador eres tu” e per questo, per la loro ribellione, fronteggiano repressione e prigionia? Certo, non si può tracciare un parallelismo tra vicende diverse. Tuttavia, cogliamo dei nessi, scopriamo un terreno comune pur in contesti differenti, tra contestazione dei governi, rivendicazioni economiche e indignazione contro la violenza delle ingiustizie.

Ovunque sembrano in gioco non solo gli eccessi di un’economia e di una politica di sfruttamentoma la ricerca di un radicale mutamento politicoche comprenda l’agire collettivo e le singole vite.  Non più chi domina e chi sopravvive.  Non più vite di scarto.  Non più scarti nei mari e nelle città.  Singolarità che si uniscono in cerca di un “noi” contro chiusure, violenze verso le donne, verso i migrantiverso l’ambiente.    

 

D’altronde, c’è un forte legame – benché poco visibile - tra immigrazione e clima. Il negazionismo climatico e la devastazione ambientale trovano la loro giustificazione, in nome del profitto, nell’atteggiamento padronal-patriarcale dei sovranismi, come è avvenuto in Australia dove un governo di destra ha sottovalutato i danni della siccità e lasciato distruggere il paese. Ma anche la limitata determinazione dei governi europei fa danno come ha dimostrato il fallimento dell’ultima Cop25 sulla diminuzione delle emissioni che alterano il clima, conclusacon un nulla di fatto, sbattendo così la porta in faccia, dopo tanti elogi, alle ragazze e ai ragazzi di Fridays for future.

Si inquina in “casa propria”, come fa Bolsonaro, senza nessuna attenzione alle popolazioni indigene. Si estraggono risorse naturali con modalità di lavoro schiaviste da parte delle multinazionali. Si domanda ai governi più poveri di prendersi i rifiuti tossici dei paesi ricchi per un pugno di soldi mentre si alzano muri e si chiudono i porti ai migranti. Non vogliamo parlare solo di accoglienza, ma dei muri da abbattere per non rimanere noi imprigionati/e di qua dal muro, e inariditi/e per mancanza d’incontri e scambi. Sappiamo che l’incontro-scontro con chi ci è straniero è difficile, rischioso, conflittuale. Ma si tratta di una strada obbligata che non può essere respinta nel timore della crescita del razzismo.

 

4. Quello che sta succedendo non si spiega esclusivamente come conseguenza di una crisi economica e finanziaria che scuote il mondo da più di un decennio, frammentando i lavori e precarizzando le vite di tante e di tanti. A provocare insicurezza c’è il degrado della vita sociale, la solitudine, l’impossibilità di curarsi se ci si ammala, l’aggressività dei maschi, con i quali spesso conviviamo.

Ma in tutto il mondo i sentimenti di insicurezza e paura sono monopolizzati da politici che li spostano sui migranti.  L’abuso, reiterato, di questa parola mira a togliere umanità e soggettività a donne e uomini, trattandoli/e come numeri (tanti sono arrivati, tanti sono redistribuiti)privandoli/e della storia e delle storie, riducendo esseri viventi a cose. In Italia non si riconosce cittadinanza neppure alle ragazze e ai ragazzi nati/enel nostro paese e partecipi di percorsi famigliari di migrazione.

 

5. Lo “spirito del tempo” si esprime nel tentativo di tornare al passato: alla restaurazione del vecchio ordine “naturale” dove il posto della donna la sua sessualità  sono assegnati in partenza, alla famiglia patriarcale, come baluardo maschile contro la libertà delle donne, al nazionalismo, come clava contro i/le migranti, alle identità “naturali” contro le persone sessualmente “non conformi”quasi che la nostra epoca provasse repulsione di sé.

Gli autoritarismi delle destre in Europa, si coniugano ai sovranismi di Trump, BolsonaroPineraAnche la Cina dellimperiale “via della seta” sembra ormai votata allespansione di un mercato senza dirittiUn’ espansione che è messa a dura prova dall’emergenza del coronavirus. Con un sistema di potere autoritario, che in assenza di media liberi e di partiti di opposizione, fatica a ricevere informazioni accurate e soprattutto a trasmetterle tempestivamente alla popolazione.

 

6.Noi viviamo in un paese a rischioDove è forte una destra che si serve dell’odio, che ha sdoganato atti e parole violente, gesti razzisti, aggressioni sessiste, stereotipi offensivi delle donne. Dove si pretende di ristabilire il “diritto” del padre a decidere per e su tutti/e (nel disegno di legge Pillon, tuttora depositato in Parlamentoo con il ricorso alla Sindrome di alienazione parentale, per sottrarre alla madre l’affido dei figli, delle figlie). Dove le sinistre e il Governo balbettano sulla questione della giustizia (tra stop alla prescrizione, Disegno di legge sulle intercettazioni, Decreti Sicurezza, situazione delle carceri etc.) e non riescono a dare risposte che rappresentino un’alternativa di fronte all’avanzare di povertà, diseguaglianze e insicurezze, causate dalla globalizzazione liberista. 

 

7. Non da oggi le donne lottano contro l’offensiva reazionaria. Con la loro politica; con la soggettività che hanno messo in campo e con la critica radicale al patriarcato. Le mobilitazioni sono sempre più imponenti. Ovunque, da #Niunamenos in America Latina, a Czarny protest in Polonia, il mostro è la violenza.              

Negli Stati uniti, il movimento #METOO ha avuto la straordinaria capacità di dare valore e autorità alla presa di parola femminile. Mettendo sotto accusa il sistema sesso/potere/denaro, come era già avvenuto in Italia, nei confronti di Berlusconi.

In Italia NUDM contrasta da anni le tante facce che assume la violenza nel rapporto tra capitalismo e patriarcato.

E’ una rivolta estesa ed esplicita contro i fondamenti di un sistema di potere sessuato, prima ancora che sociale, economico, politico.

 

8. Una analoga resistenza, attiva e diffusaè espressa dalle ragazze e dai ragazzi dei Fridays for Future, nelle piazze delle Sardine che voglionocambiare il linguaggio della politica, nella lotta contro le discriminazionidelle persone LGBTQI.  E, prima ancora, nella tenacia di chi salva i e le migranti in fuga dai lager libici e nella lotta di tante e tanti per il lavoro e la sicurezza.

Un certo numero di uomini guarda con interesse al femminismo. Sempre più uomini si interrogano, si mettono in discussione. 

 

9. Abbiamo nominato soggetti e lotte diverse che hanno in comune il rifiuto dei rapporti di potere e di sfruttamento. Eppure ribellarsi non basta. 

La destra dà una rappresentazione del mondo, oggi vincente, avvalendosi di una lingua aggressiva e di un messaggio semplificato che diviene senso comune. Promette rassicurazione e identità, se ci si affida a un capo dotato di “pieni poteri”.  

E’ sul terreno dell’egemonia, sul peso dell’autorità, che va sconfitto chi afferma di parlare in nome del popolo. La prima, radicale, azione politica, lo abbiamo appreso nel femminismo, consiste nel cambiare l’ordinesimbolicoSpostare lo sguardo, dare un altro nome alle cose significa trarre fuori dalla rappresentazione dominante la realtà che ci interessa modificare: usare la forza della competenza, dell’esperienza acquisita e non la violenza.

 

E’ avvenuto quando abbiamo messo al centro della politica e del linguaggio la libertà femminile. Significando noi l’essere donna, a partire dai vissuti e dai corpi.

 

10. Non c’è però conflitto sul simbolico se il femminismo ripiega unicamente in difesa del corpo femminile. Il corpo ha una lunga storia nella politica delle donne, come bene da tutelare, come valore da difendere. Ma questo non significa chiudersi nelle proprie certezze. Ogni posizione troppo schematica rischia di ridurre la complessità dei problemi. Invece conosciamo donne, con le quali abbiamo condiviso un lungo tratto di strada, che sembrano aver fatto del divieto sulla gestazione per altri esulla prostituzione l’unica e ultima trincea. Si vuole così affermare una “essenza immutabile” del sesso femminile. Anche per noi è forte il timore che la mercificazione, sempre più pervasiva, dei corpi e delle vite tolga autonomia alle donne nella procreazione e nella sessualità, piegandole ancora e sempre all’uso maschile del loro corpo. In particolare nella GPAalcune temono che le posizioni dei gay e dei e delle trans  favoriscano la rimozione della differenza sessuale riaffermando, in altre forme, il soggetto neutro universale. Ma questi rischi non si evitano con le proibizioni.

 

11. Non c’è conflitto sul simbolico neanche se il femminismo nel leggere il disagio e lo sfruttamento capitalistico si inchioda all’interpretazione del marxismo  mettendo in ombra, nelle lotte e nel linguaggiorapporti tra i sessi,  la  sessualità, la responsabilità della cura

Il danno più grave è che la volontà di dividere nettamente ragione e torto inibisce il confronto, anche nel conflitto, negando le differenze tra donne e tra femministe.

 

12. Noi del “Gruppo del mercoledì” pensiamo che oggi come ieri non si possano ridurre le soggettività delle donne e la complessità dei rapporti, adun unico fronte di conflittoNon a quello del corpo mercificato, né quello dello sfruttamento capitalistico. Non possiamo, e non vogliamo, lasciarci alle spalle quanto di più prezioso abbiamo costruito: partire da séper contrastare (cancellarlo è impossibile) il negativo presente nella società e nella politica. 

 

13. Nella larga e diversificata mappa delle lotte si esprime il malessere di tanti e tante, sul quale è possibile costruire un’altra rappresentazione della realtà.

Se guardassimo il mondo tutto intero, con le guerre che molti governi hanno scatenato, con la povertà e il cambio drastico del clima, capiremmo che ogni essere umano, noi comprese, potrebbe diventare un/una migrante. E avere la necessità vitale di essere accolta/o. Non esiste "casa" che sia al riparo dalle temperie. Non è credibile dire "aiutiamoli a casa loro perché molti e molte non hanno più una casa. Insomma nel presente e nel futuro possiamo solo dividerci, necessariamente in pace, la terra, l’acqua, il cibo che restano. E mettere in scambio i bisogni dell’anima.

 

14Per nominare e modificare la realtà, bisogna avere coscienza del limite: delle risorse, del progresso ad ogni costo, delle tecnologie e della scienza, dell’affermazione di sé narcisistica e ego-centrata; di quel paradigma economico per cui ogni anno muoiono due milioni di persone per la subordinazione delle vite alla competitività delle imprese. 

A noi interessa la pratica del prendersi cura, come ascolto e come sguardo attento al modo di stare insieme per imparare a riconoscere la ricchezza delle differenze. E perché sarebbe la risposta più efficace in grado di contrastare l’ingiustizia sociale dando valore ai legami di cura.

 

15. Ci vuole coscienza del limite  – che sia il proprio, l’altrui, quellodell’ambiente in cui viviamo o della cultura in cui siamo cresciute – non come confine invalicabile, ma come possibilità di attraversamento e contiguità, nominando fragilità e paure,  conflitti e responsabilità. Questo significa uscire da se stesse perché si ha curiosità delle altre e degli altri e perché scopriamo di esistere grazie alle altreagli altri. Dunque, partire da se stesse ma per tessere relazioni. 

Spostarsi dall’io al noi e dal noi all’io perché solo così saremo in grado di capire il cambiamento per orientarlo, per non subirlo passivamente, ma per aprire all’inatteso.

 

GRUPPO FEMMINISTA DEL MERCOLEDI’

Febbraio 2020

 

 

 


Inviato da iPad

Da dove potrebbe ricominciare la Sinistra

 

 

Una visione del mondo che parta dallo stato del Pianeta

 

P sembrare un approccio troppo vasto, io lo ritengo invece l'unico possibile. Ogni questione internazionale, nazionale, settoriale, di classe, di genere, di generazione dovrebbe partire da questo. Lo stato del Pianeta, a seconda di dove e di come avverranno alcuni mutamenti strutturali egrandi migrazioni provocate dei cambiamenti climatici, avrà un'influenza pesante sui rapporti di forza economici, sociali e geopolitici nel mondo.Chi pensa che l’ecologia nulla abbia a che vedere con la lotta per una maggiore giustizia sociale e un diverso sistema economico compie un errore: il massimo sviluppo del liberismo coincide con la massima concentrazione di ricchezza in pochissime mani, con lo sfruttamento incontrollato di tutte le risorse, naturali e non, e con il ritorno di forme estese di schiavitù e sfruttamento. Accedere oppure no all’acqua,all’energia, all’istruzione e alla sanità, avere a disposizione terra da coltivare, industrie sostenibili che mantengano l’occupazione, poteraccedere al credito in banche che non siano banche d’affari e speculative, avere un lavoro e un salario dignitosi, sono questiper usare un termine a me caro, veri e propri elementi di socialismo.             

Lo stato del Pianeta ci dice invece da tempo chele emissioni di anidride carbonica sono ancora altissime, il cambio del clima interessa ogni parte della Terra, come l’aumento del livello dei mari, l’estinzione di molte specie, la deforestazione, l'aumento delle aree desertificate e la scarsità di alcune risorse vitali come l'acqua. Tutti segni di un cambiamento radicale delle condizioni di vita per centinaia di milioni di persone. Mutamenti iniziati negli anni 80 ma che pochpresero sul serio. Ora che toccano le nostre singole vite, e incombono sul futuro di chi verrà dopo di noi, con quarant'anndi ritardo, cominciamo a preoccuparci , ma  finora con poche risposte convincenti, in termini di cambiamento dei modelli di sviluppo.        

I Governi degli Stati e le sedi internazionali sono più insensibili e meno propositive di quanto lo siano i giovani, molti movimenti femministi soprattutto in America, India e Africamolte associazioni ambientaliste, singoli economisti e alcuni partiti Verdi come in Germania e Francia.

Siamo arrivati in tempi rapidi a quel che Zygmunt Bauman prefigurava molto lucidamentenel suo libro “Vite di scarto” uscito nel 2005: 

“la modernizzazione è la più prolifica e meno controllata “linea di produzione” di rifiuti e di esseri umani di scarto. La sua diffusione globale ha sprigionato e messo in moto quantità enormi e sempre crescenti di persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza. I reietti, i rifugiati, gli sfollati ,i richiedenti asilo sono i rifiuti della globalizzazione. Ma non sono i soli rifiuti: vi sono anche le scorie che hanno accompagnato fin dall’inizio la produzione.” E infatti, se ci pensiamo, da quanti anni oramai  i Governi del mondo e le sedi sovranazionali si interrogano sudove mettere i migranti e in vari casi anche i rifiuti? Le vite di scarto e gli scarti del nostro modo di produrre e consumare sono un grande paradigma e insieme la cartina di tornasole  di quanto il modello di sviluppo liberista sia arrivato al capolineaE non è un caso che i due fenomeni viaggino appaiati, con incroci inquietanti. Mentre alziamo muri e chiudiamo porti ai migranti, domandiamo ai governi africani e del sud est asiatico, per un pugno di soldi, di prendersi i nostri rifiuti tossici, nocivi e urbani. E’ di questi giorni il rifiuto di molti paesi asiatici di farsi ancora carico della mole enorme di plastica e rifiuti che l’Occidente dirotta verso l’Asia (il 75% dell’immondizia del Pianeta). La Cina si era già tirata fuori due anni fa. Se venisse riconsegnata all’America, all’Europa, all’Australia anche solo una parte dei rifiuti che hanno mandato in Asia per decenni, queste tre aree sarebbero al collasso.

Sul fronte dei “rifiuti umani” invece, l’Unione Europea paga la Turchia perché tenga chiusi nei suoi campi profughi alcuni milioni di persone che fuggono da guerre e fame. La stessa cosa che viene chiesta alla Libia in cambio di denaro. Pur sapendo che i campi turchi quelli libici sono prigioni, quando va bene e quasi lager quando va male.

Invece di creare un nuovo ordine mondiale le sedi internazionali e i governi degli Stati e d’Europa  hanno  alimentato egoismi e soprattutto paure, distruggendo il principio e la consapevolezza dell’interdipendenza  che sola poteva e puòportarci a cercare una convivenza solidale

Domani infatti potremmo essere noi a dover migrare, oggi ci sono questi confini ma se davvero milioni di persone dovranno spostarsi per effetto del clima, se interi territori saranno abbandonati, anche i confini degli Statipotrebbero cambiare. E che senso ha difendere la nostra casa se domani potremmo aver bisogno di andare a casa di altri? Il Pianeta è uno solo e si stanno restringendo le aree abitabili e le riserve di acqua.  

Le domande erano a questa altezza già negli anni ‘80 e ‘90 ed è stato in quegli anni che la Sinistra mondiale e anche italiana ha smesso di cercare lesue risposte. E’ iniziata la lunga stagione della subalternità, come se al liberismo globalizzatonon vi fosse scampo. Salvo qualche limatura. Il risultato, detto molto schematicamente, è che le forze di sinistra (di qualsiasi matrice fossero)sono state battute quasi ovunque e in alcuni casi sono addirittura scomparse. Oggi salvo poche eccezioni dominano oligarchi e oligarchiedestre xenofobe ai limiti del razzismo, un centinaio di multinazionali e una cinquantina di Banche d’affari. 

Come ebbe a dire Nelson Mandela: “la globalizzazione non sarà un processo neutro, essa costituirà un avanzamento per il mondo soltantose diventeranno problemi globali anche la fame, la sanità e l’istruzione negate a miliardi di persone. In caso contrario sarà l’ennesima coperta stretta che terrà al caldo solo i paesi ricchi, le loro banche e le loro imprese”.                  

Una Sinistra che voglia avere un senso dovrebbe iniziare a riconoscere i suoi errori di analisi e di proposta e riprendere il cammino provando a leggere il mondo come esso veramente è, e non come ce lo rappresentano i poteri più forti.

 

 

Atterraggio in Italia

 

E dal Pianeta atterriamo bruscamente in Italia, dove una Sinistra come si deve, a mio parere, è scomparsa da parecchi anni.

Tante sono state le discussioni sulla fine del Pci e  ricorrente l'interrogativo se dopo ci fosse ancora in Italia lo spazio per una forza  di Sinistra. Io ho sempre pensato che ci fosse. 

La svolta dell’89 fu fatta nel peggiore dei modi.Chi la propose  la caricò di  tutti i possibili sensi di colpa. Invece di festeggiare la caduta  del Muro, perché noi comunisti italiani non avevamo mai concepito il socialismo come un regime autoritario e senza democrazia, prevalse lo sconcerto. Potevamo uscire dalle macerie del muro, come un gatto spesso si salva dal terremoto, e invece restammo sepolti, quasi chesulle nostre spalle gravassero le stesse responsabilità del Pcus e dell'Unione Sovietica.

La peculiarità del comunismo italiano e la sua via democratica al socialismo furono azzerateScomparve, da un giorno all’altro, quel Pci che Gramsci aveva voluto radicalmente diverso dai partiti comunisti dell'est e che Togliatti definìuna giraffa”, a significare quanto fosse unico rispetto  ad ogni altro partito comunista.                                                    

Non ho mai negato che una svolta fosse necessaria. Il  fatto è che svoltammo senza alcuna fierezza di ciò che eravamo stati e arrivammo,frastornati incerti, in una terra di nessuno.

Perdendo  durante il viaggio quasi tutti i nostri migliori “bagagli”: le radici sociali che arrivavano ancora in tutta l’Italia, la buona capacità di analisi della realtà, le strutture territoriali e nei luoghi di lavoro, il volontariato di tante migliaia di iscritti, e soprattutto i due tentativi più innovativi, avvenuti entrambi negli anni 80 : l’incontro con l’ecologia e quello con il femminismo.                                                                                                                                                                    Per uscire dalle macerie infatti non serviva tanto o solo cambiar nome, come si illusero coloro che lo proposero. Il Pci indipendentemente dal crollo dell’est, segnava il passo già da qualche anno, faticava a innovare la sua cultura politica, tardava a capire letrasformazioni profonde, le nuove idee sullo sviluppo e movimenti sociali ( giovanili e femminili) e anche del mondo del lavoro. 

Alla  fine degli anni ’70 e inizio anni ‘80 infatti qualcosa si era mosso. 

Molti ecologisti - ben prima che si formasse ilpartito Verde- si iscrissero al Pci o alla Sinistra IndipendenteDalla fine degli anni 70Laura Conti, Giorgio Nebbia, Antonio Cederna, Carla Ravaioli, Massimo Serafini ,Valerio Calzolaio,Enzo Tiezzi e moltissimi altri dopo di loro, vengoneletti in Parlamento dal Pci o chiamatinelle Giunte locali. 

Dopo il tragico scoppio dell’Icmesa nel 1976 è Laura Conti a battersi per la fondamentale Direttiva Europea Seveso sulla Diossina, che stabilisce il tuttora fondamentale “principio di precauzione”; è Cederna, e con lui un nutrito gruppo di ottimi urbanisti comunisti, a evidenziare quanto dissestata fosse l’Italia e a proporre il riassetto idrogeologico del territorio come grande e urgente opera pubblica e la necessità di una nuova Riforma sul regime dei suoli; sono ambientalisti comunisti e sindaci di sinistra ad organizzare i primi scioperi ecologisti per la salvezza dell’Adriatico negli anni 80 e ad affrontare il tema della depurazione in Italia; al Congresso di Firenze dell’86, una settimana prima di Chernobyl, prevalgono per 30 voti i nuclearisti, ma  al Referendum dell’anno dopo  il partito cambia posizione  su spinta dei suoi ambientalisti e il suo contributo sarà decisivo per vincerlo e per cominciare a proporre un nuovo modello energetico         

E sono le donne comuniste, e tra loro molte femministe, che subito dopo Chernobyl aprono  nel 1986 una significativa riflessione nazionale, articolata in varie città e Università, sul tema centrale del limite delle risorse. Coinvolgendo molte scienziate europee. E sono ancora loro, l’anno dopo a proporre un confronto con il femminismo italiano attraverso la Carta delle Donne, un testo che nel linguaggio e nelle proposte superava la cultura dell’emancipazione e si apriva al tema della libertà femminile in tutte le sue molte sfaccettature. Dopo la svolta non ripartimmo dalle due più grandi  rivoluzioni pacifiche della seconda metà del Novecento.  Anzi  il  Pds e i Ds  furono se possibile meno attenti di quanto non fosse stato il Pci. La battaglia degli ecologisti di sinistra e delle femministe continuò ugualmente ma raggiungere  risultati significativi fu difficilissimo. 

Al momento della svolta avevamo ancora gruppinumerosi e significativi di ecologisti e di femministe e buone elaborazioni e proposte per tentare di diventare un partito eco-socialista e femminista. Ma la maggioranza del gruppo dirigente scelse di essere una Sinistra senza alcun profilo distinguibile.

Poi dai primi anni 2000, anche quel poco che restava della Sinistra dopo l’89 si sgretolaulteriormente: politicismi esasperatil’illusione della vocazione maggioritaria, “nuovi contenitori”, il partito leggero.

Il tutto si conclud,nel 2007,con la nascita del Pd, unendo malamente ciò che a mio parere andava tenuto distinto: un Partito Liberaldemocratico e un Partito di Sinistra 

Anche chi non aderì al Pd porta la pesante responsabilità di non aver dato vita, in 12 anni, a un qualche soggetto politico con un minimo di senso. Quello che si è visto sono state un numero imprecisato di liste elettorali, fatte e disfatte il giorno dopo le elezioni. E inutili posizionamentidi alcune persone (andate e ritorni) con gli occhi rivolti sempre a quel che faceva o non faceva il Pd.E tra un governo Berlusconi , un Governo Monti e tre governi  del Pd (Letta, Renzi , Gentiloni) siamo al 2018/19.  Oggi una forza xenofoba e di destra  come la Lega viene stimata al 36%, Meloni e Berlusconi, pronti ad allearsi con Salvini, fanno circa il 14%, il M5S che ha fatto dell’antipolitica e del populismo la sua ragion d’essere e governa con la Lega sta attorno al 20% .  In quello che dovrebbe essere il campo alternativo c’è  un Pd attorno al 22% , sempre in cerca di se stesso e del suo profilo e pezzettini di sinistra che ,insieme o divisi, raccattano a mala pena il 3%. Che l’Italia abbia sterzato pesantemente a destra mi pare evidente. Che sia senza sinistra altrettanto.

 

Trarre fuori realtà dalla rappresentazione

Attraverso quali strumenti si  costruisce e si consolida il potere reale di un gruppo dominante o di un sistema economico? Mi pare di poter dire che sempre più spesso passa attraverso la rappresentazione della realtà che viene manipolata a seconda del risultato che si vuole ottenere.

Ad esempio, c’è la crisi economica, ma si può rappresentare la realtà come se non ci fosse;impieghiamo gli immigrati come operai nelle fabbriche del nord est, nelle campagne del sud e in oltre un milione di nostre case per badare ai nostri anziani ma diciamo che non vogliamo immigrati e lasciamo quelli che lavorano senza i diritti fondamentali .

Come scriveva Simone Weil  nel suo libro “ La prima radice”: “ la paura e la speranza , generate dalle minacce e dalle promesse, sono il mezzo più grossolano, da sempre adoperato  da chi vuole perpetuare il suo potere” . La paura perché ottunde e paralizza, la speranza perché dopo la paura il bisogno più immediato è quello della rassicurazione. Dal che possiamo dedurre già una prima importantissima considerazione: la buona politica dovrebbe essere quella che  cerca di non spaventare nessuno. 

La destre invece han costruito incubi e sogni e per anni l’opinione pubblica ha sognato quei sogni e ha avuto quegli incubi.  Le destre hanlavorato sulla paura nelle sue molteplici forme: degli immigrati, della Cina che ci inghiottirà, dei poveri che vengono a mangiare nel nostro piatto, dei diversi,  sulla paura per l’invasione del cortile di casa nostra, per lo stravolgimento della nostra cultura originaria, del nostro Dio, sulla paura di essere aggrediti e violentati, non dall’uomo più vicino  ma dal più straniero. E su quelle paure hanno costruito in buona parte le loro vittorie elettorali passate e presenti, insieme a una deriva securitaria xenofoba massiccia, che oggi sfiora il razzismo. Nascondendo la realtà povera di un terzo del mondo, le molte guerre alimentate conle tante armi vendute ad aggressori e ad aggrediti, i cambiamenti climatici, i diritti negati, le ingiustizie crescenti, il ritorno della schiavitù, risultati inquietanti di un liberismo fallimentare. Poi la crisi del 2008 ( una delle più lunghe e generalizzate) mette a nudo ciò che alcuni economisti e pochi politici dicevano già da annichi si prende il futuro di miliardi di donne e uomini, i risparmi, i diritti, la casa, la vita concreta e le risorse ambientali primarie  sono la grande finanza speculativa, le banche d’affari, le società di intermediazione; le multinazionali di un mercato drogato e senza regole; le spese militari per armi inutili o addirittura tecnicamente sbagliate ( come gli F35) e il traffico di armi per alimentare decine di guerreInsomma chi ci ruba il futuro non sono i migranti.

Eppure chi ha mai temuto le banche d’affari con le filiali sotto casa nostra che vendevano a tanti risparmiatori titoli tossici? O la grande finanzaspeculativa e un mercato senza alcuna regola? La paura è stata indirizzata dove si voleva che andasse. E nessuna Sinistra è riuscita a trarre fuori la realtà dalla rappresentazione che le destrene hanno fatto per anni e anni. Al contrario tante volte ha inseguito o ricopiato quella rappresentazione.

Trarre fuori  realtà dalla rappresentazione che ne viene data, questo invece ha fatto e fa ogni giorno il femminismo: trarre fuori corpi, materia viva, libertà, politica, relazioni , vita reale.

Credo che la Sinistra non esista più da quando ha rinunciato ad una sua lettura della realtà, e dunque anche al proposito di cambiarla, rendendola migliore. Se non si ha più la forza progettuale che serve, se la cultura politica èstantia e le pratiche politiche logore ci si dovrebbe rivolgere altrove, cercare in altri territori, andare dove non si è mai stati e soprattutto dove si scorge il nascere di pratiche diverse, di forze , culture e soggettività nuove. Se  la sinistra vuole tornare a dire la sua non può prescindere dal fatto che le principali innovazioni sono venute  proprio dal femminismo e dall’ecologia.

In questi mesi, sotto la spinta di centinaia di migliaia di ragazzi, molti si dicono convinti che affrontare la questione del cambio climatico sia una necessità. I ragazzini e le ragazzine fanno tutta la loro parte, temono per il loro futuro e manifestano in tanti paesi, lanciano allarmi e ci ritengono responsabili di non aver mantenuto gli impegni presi. Nelle stesse settimane in molte parti del mondo e anche in molti paesi europei  diversi movimenti delle donne, gruppi femministi e il movimento Non Una di Meno  si sono fatti sentire l’8 Marzo con la loro piattaforma generale, con una grande  e costante battaglia contro la violenza maschile e  contro il tentativo di colpire libertà femminile e autodeterminazione come è accaduto negli Stati Uniti, nell’America Latina, in  Spagna, Polonia e Ungheria. Ma per cambiare le decisioni di governi nazionali e sovranazionali questi movimenti hanno bisogno, come si diceva una volta, di trovare sponde politiche solide.

E allora la domanda secondo me è questa: c’è un partito in Italia (e uno schieramento politico europeo) disposto a cambiare pelle, profilo e dirigenti e a mettersi in discussione fino a diventare una forza eco-socialista e femminista? Ci sono sindacati capaci di rispondere alla loro crisi, da anni cosi evidente, assumendo come centrali i temi della qualità sociale e ambientale dello sviluppo? Perché crescano giustizia sociale, libertà femminile, servizi materiali e immateriali alla persona, alla città e al territorio, energie rinnovabili, merci su ferro. E decrescano la concentrazione di ricchezza, il razzismo e le nuove schiavitù, la violenza sessuale, l’uso dei combustibili fossili, l’impermeabilizzazione del suolo.                                                             

 

 

La scelta non è tra crescita e decrescita

 

Tra crescita e decrescita mi sono sempre sentita stretta: un dilemma che non  mi aiuta mai a risolvere i problemi così come li vedo nella realtà. Credo che una Sinistra nuova  sarà quella in grado di  scegliere cosa può ancora crescere(svilupparsi) e cosa invece non può più crescere, perché il limite e la finitezza delle risorse sono una realtà e se ne sono accorti finalmente anche alcuni economisti. Il tema mi pare sia quello della qualità sociale e ambientale dello sviluppo. In questa cornice anche il lavoro e l'occupazione si trasformeranno: aumenteranno in alcuni settori mentre in altri diminuiranno, e figure lavorative  oggi inedite si affermeranno  mentre altre usciranno di scena.                                                                             Se procediamo per grandi settori ( farò alcuni esempi molto limitati) direi che sicuramente devono e possono svilupparsi  tutti i servizi materiali e immateriali al territorio, alla città e alla persona , il trasporto di merci e persone su ferro e mare, la manutenzione e il recupero, le reti di qualsiasi genere. Mentre non possono più crescere l'industria automobilistica com’è stata finora, l'edilizia che costruisce ex novo e speculativa, il commercio basato solo sui grandi centri commerciali, il trasporto su gomma in tutte le sue forme, il consumo di territorio agricolo, la cementificazione e impermeabilizzazione del suolo.                           

Sono servizi al territorio: il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza di tutte le aree a rischio, la rinaturalizzazione dei fiumi, il ristabilimento delle aree golenali, la riforestazione, lo spostamento del 30-40 % delle merci dalla gomma al ferro.                                                  Sono servizi alla città un ciclo dei rifiuti capace di arrivare al recupero e al riciclaggio di circa l'80% dei rifiuti prodotti, trasporti pubblici di massa su ferro, piste ciclabili, reti idriche e fognarie rinnovate, la messa in sicurezza del patrimonio edilizio in area sismica ma in genere in tutte le aree del paese perché il nostro patrimonio edilizio è bisognoso dovunque di manutenzione, se è vero che ogni giorno 10 milioni di italiani entrano in scuole uffici e ospedali che non hanno il certificato di agibilità statica aggiornato.                                                                                                Sono servizi alla persona: tutti  i servizi di cura alle persone anziane, ai bambini e ai disabili, ma anche tutte le strutture e i servizi culturali e associativi, che contribuiscono al rafforzamento del tessuto connettivo di una città.                                           

Sulla base di questi pochi esempè più chiaro come cambi il lavoro e quali altre figure di lavoratori e lavoratrici possano nascere: in un sistema di trasporto che tolga il 30-40%  di merci dalla gomma, la figura del camionista andrebbe ad esaurimento si trasformerebbe in quella di un piccolo imprenditore che, invece di guidare il suo camion per ore ed ore, possiede alcuni containers e si occupa, nei centri intermodali, di caricarli e scaricarli dai treni e si preoccupa della qualità e puntualità del servizio. Questa riconversione  significherebbe diminuire le emissioni di CO2 arrivando finalmente all’obiettivo che ci prefiggiamo da oltre 20anni.  Inoltre togliendo il 40% di mezzi pesanti dalle strade, ridurremmo  in modo sostanziale  gli incidenti, aumentandola sicurezza stradale e diminuendo di conseguenza la spesa sanitaria del Paese

Anche la figura dell'operaio edile e l’impresa classica di costruzioni si trasformerebbero in una figura professionale e in imprese capaci di fare recupero e manutenzione più che costruzione ex novo, manutenzione non solo del patrimonio edilizio ma anche del territorio ( aprendo finalmente il cantiere della più grande opera pubblica italiana che è sicuramente il riassetto idrogeologico) , un manutentore più che un muratore, un riparatore più che un costruttore, lavoratori e tecnici che mentre riparano immettono anche nuove tecnologie di risparmio energetico e idrico, per esempio.  Anche l’aumento del numero di imprese che si occupanodi servizi materiali e immateriali   (cura, assistenza ,cultura, formazione e informazione)produrrebbero anch’esse molte figure professionali inedite ( in qualche modo già lo vediamo da anni per gli anziani, anche se il termine badanti a me sembra assurdo e lo sostituirei senz’altro con addetti/e ai servizi di cura).

Sono andata nel dettaglio per dare un’idea di ciò che per me è riconversione dello sviluppo. Ma alla stessa maniera potremmo ragionare su energia, chimica, agricoltura e bonifica dei siti inquinati, un capitolo che in Italia non si apre mai ma riguarda quasi il 4% del territorio nazionale e 9mln di abitanti che vivono in condizioni di rischio altissimo. Dunque la Sinistra che vorrei  dovrebbe avere una sua lettura del mondo eun’idea precisa dello sviluppo, che vuol dire cosa scegliere e cosa no.

E in questa idea del mondo il rapporto tra i sessi dovrebbe essere incentrato sulla libertà femminile. Solo con questo respiro, io credo, ritroverebbero forza anche i temi della giustizia sociale e della redistribuzione della ricchezza che oggi paiono non averne più.

La Sinistra delle piccole correzioni, degli aggiustamenti, quella che così facendo si è rivelata subalterna al liberismo, ha perso finoratutto quello che poteva perdere. Bisognerebbe trovare il coraggio di riconoscerlo.

 

 

Fulvia Bandoli