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Articolo Massimo Serafini su situazione spagnola

Grande e preoccupata era l'attesa del popolo della sinistra per l'esito delle elezioni spagnole, tenutesi il 20 dicembre scorso. La posta in gioco era molto alta perché, dopo la drammatica esperienza greca, un risultato modesto di Podemos, più in generale della sinistra spagnola, avrebbe chiuso per un lungo periodo le possibilità di mettere in discussione l'egemonia delle politiche liberiste sull'Europa, con il conseguente drammatico aggravamento delle già critiche condizioni a cui sono costretti i popoli europei dalla ricette liberiste. Tenere aperta la possibilità di un altra europa era ed è condizione indispensabile per porre un freno all'involuzione autoritaria delle democrazie europee, al dilagare del razzismo e soprattutto alle crescenti decisioni di risolvere militarmente le contraddizioni aperte con il sud del mondo e in particolare con il mondo arabo, dalla criminale decisione nel 2003 di Bush, Blair e Aznar di scatenare guerre preventive per esportare la democrazia e chiudere col terrorismo, che inevitabilmente quella decisione alimentò. La paura di non farcela era molto diffusa. Si temeva, con qualche ragione, che la punizione inferta dalla Troika al governo greco, per aver provato a mettere in discussione l'austerità imposta, avrebbe spinto gli/le spagnoli/e ad un voto prudente, penalizzante per Podemos e Izquierda Unida, le forze che si proponevano di seguire l'esempio di Tsipras. Gli ultimi sondaggi poi, confermavano le preoccupazioni, ulteriormente dilatate da una ripresina economica in Spagna, comunque la più sostenuta d'Europa, che avrebbe potuto favorire la continuità delle politiche di austerità, con qualche ritocco puramente di facciata. Certo se forti erano i timori altrettanto persuasive erano però le ragioni che invece spingevano a favore di un cambiamento profondo. In questi quattro anni il piano di riscatto della Spagna, preteso da Bruxelles e accettato dal governo Rajoy, ha impoverito strati sempre più ampi della popolazione spagnola, dilatato la disoccupazione che ha raggiunto la cifra record del  21% , con intere generazioni che  hanno come unica prospettiva di lavoro, quello precario per pochi mesi. Non solo. Ad un peggioramento delle condizioni di vita delle persone, sia per quanto riguarda il reddito, sia per ciò che concerne le prestazioni fondamentali dello stato sociale, si è accompagnata una sistematica distruzione dell'ambiente: l'aria delle principali città spagnole è pesantemente inquinata, con conseguente aumento di malattie e relativi decessi nella popolazione anziana. Non solo, l'intera Spagna, per l'uso dissennato del territorio, che il governo Rajoy  ha autorizzato, soffre di un drammatico dissesto idrogeologico, che espone, ad ogni pioggia, la popolazione ad alluvioni e frane. Entrambi i fenomeni sono aggravati dall'aumento degli eventi estremi, causati dal cambiamento climatico, contro il quale il governo Rajoy non ha fatto nulla, anzi ha perseguito politiche che lo aggravano, rilanciando un modello energetico fossile e bloccando lo sviluppo delle  fonti rinnovabili, avviato invece con successo da Zapatero. Non si può tacere fra le  ragioni forti per cacciare il governo Rajoy il pesante arretramento sul fronte dei diritti e delle libertà, con l'approvazione della ley mordaza, la legge bavaglio, con la quale per un semplice picchetto non violento si può finire tre anni e un giorno in galera. Infine qualche motivo in più per cambiare lo avevano le donne, le più colpite dalla crisi in termini di occupazione e perdita di servizi, ma anche  per l'inesistenza di politiche e relative risorse contro la violenza machista o per il costante tentativo di liquidare la legge sull'aborto e con essa il diritto all'autodeterminazione sulle proprie vite e sui propri corpi. Fin dalle prime proiezioni si è capito che le ragioni del cambiamento avevano prevalso sulle paure di un salto nel buio. Gli/le spagnoli/e hanno  deciso di dare forza a Podemos e al suo progetto di trasformazione sociale, penalizzando invece il PP, ma anche i Socialisti e Ciudadanos, proprio per essere risultati poco credibili come forze di cambiamento.  Che il Partito Popolare di Mariano Rajoy avrebbe pagato nelle urne per le sue politiche era apparso chiaro già nelle elezioni amministrative del maggio scorso, che videro la cacciata del PP dal governo di tutte le principali città della Spagna. Pur rimanendo il PP il partito più votato, milioni di persone il 20 dicembre non l'hanno più votato, facendogli perdere 61 seggi. Di questo tracollo della principale forza politica delle destre spagnole non ne beneficiano però i socialisti di Pedro Sánchez. I motivi sono evidenti. Non potevano avere la credibilità sufficiente per essere loro un'alternativa alle destre, perché troppo compromessi con le scelte liberiste europee, sulle quali, non va dimenticato, con la decisione di introdurre in costituzione l'obbligo del pareggio di bilancio, si consumò tristemente l'esperienza del governo socialista di Zapatero. Inoltre a chi si ribellava alle ingiustizie l'opposizione fatta dal PSOE al governo Rajoy in questi quattro anni è apparsa debole e di manieraSarà anche vero che il partito popolare ha governato in questi quattro anni godendo di una maggioranza assoluta in parlamento, ma è altrettanto vero che il partito socialista non lo si è visto né alla testa, ma nemmeno in coda, alla diffusa resistenza sociale contro le politiche del governo. L'elettorato li ha quindi continuati a identificare come parte del sistema, spesso anche coinvolti nello schema corruttivo, che in Spagna, come in Italia, caratterizza il sistema politico consolidato. La fine del bipartitismo e di conseguenza l'inadeguatezza della legge elettorale che lo sosteneva e dello stesso patto costituzionale del '78, che diede vita alla transizione post-franchista, era anch'essa ampiamente annunciata dal voto amministrativo del maggio scorso, con l'irruzione sulla scena politica di Podemos e Ciudadanos.  Ciò che fino all'ultimo è rimasto incerto è stato chi fra le due forze emergenti avrebbe avuto più consenso. E' evidente che se a prevalere fosse stato Ciudadanos, il partito voluto dalla destra spagnola, come risposta al movimento del 2011 degli indignati e alla conseguente nascita di Podemos, in Spagna non sarebbe cambiato nulla, solo interpreti più giovani e presentabili delle stesse politiche: stessa subalternità all'europa liberista, stessa apologia del mercato e stessa volontà di ridimensionare i diritti del lavoro e le prestazioni fondamentali dello stato sociale. Il voto ha premiato Podemos. Oltre sei milioni di persone lo hanno votato, più del 20% dell'elettorato, facendone la terza forza politica, vicinissima alla seconda, i socialisti. E' probabile che un'apertura maggiore del gruppo dirigente di Podemos, alla proposta di formare liste di unità popolare, con Izquierda Unida e altre forze di movimento, in tutte le circoscrizioni e non solo in Catalogna, Galizia e Valenzia, avrebbe fatto di Podemos il partito più votato dopo il PP, sancendone così l'egemonia sull'intera sinistra spagnola, a scapito del PSOE. La lista di Unidad Popular- IU raccoglie oltre un milione di voti, che producono però solo due deputati a causa dell'iniqua legge elettorale (basti pensare che al partito popolare bastano 78.000 voti per eleggere un parlamentare mentre a Unidad Popular IU ne servono ben 500.000).  Il voto sancisce quindi il declino di Izquierda Unida come polo di riferimento di quanti non si identificano nel riformismo moderato del PSOE perché continuano a lottare per  una società diversa da quella capitalista. IU cede gran parte del suo elettorato a Podemos, pagando la sua difficoltà a misurarsi con il movimento degli indignati del 2011, un movimento che percepì questa lontananza e diffidenza e quindi accomunò anche Izquierda Unida nello slogan “non ci rappresentate” gridato durante la manifestazione che circondò il parlamento spagnolo. Comunque il futuro di Izquierda Unida verrà deciso in un prossimo congresso  che si dovrebbe tenere a giugno. L'appuntamento è convocato sulla base di una proposta di Alberto Garzón, il candidato alla presidenza del consiglio della lista Unidad Popular-IU alle elezioni passate. Garzón col suo documento, su cui non c'è accordo, chiede di dare continuità alla ricerca dell'unità con Podemos, per formare un nuovo soggetto politico alternativo al riformismo moderato del PSOE. 

Così come il successo di Tsipras in Grecia stimolò una grande discussione nell'insieme della sinistra europea e in particolare in quella italiana è del tutto evidente che il medesimo copione si ripeterà per quello di Podemos in Spagna. E' sicuramente una opportunità perché può offrire spunti utili a superare i problemi che ancora ostacolano nel nostro paese la formazione di un nuovo soggetto politico alla sinistra del Partito Democratico. Sicuramente molti, fra coloro che con molti sforzi e molta fatica cercano di ricostruire in Italia un nuovo soggetto unitario della sinistra, si staranno interrogando su come abbia fatto Podemos, in pochi anni di vita, a raccogliere tanti consensi, fino a contendere al partito socialista l'egemonia sull'insieme della sinistra. L'interrogativo che più circola è il seguente: per quale motivo in Spagna l'indignazione contro le politiche liberiste e la corruzione dilagante si sente rappresentata e sostiene Podemos, mentre, in Italia, la ribellione alle disastrose politiche sociali, economiche ed ambientali del governo Renzi, è raccolta dal Movimento 5 Stelle di Grillo, un partito, che oltre alla denuncia della corruzione del sistema politico, esprime un progetto di cambiamento sociale moderato e tutto interno al liberismo?  

Non aiuta a rispondere a questa domanda il tentativo che spesso si fa, anche a sinistra, di spiegarsi il successo di Podemos, cercando le similitudini fra il partito di Pablo Iglesias e il movimento di Beppe Grillo, accomunandoli nel calderone populista. Si vuole dimostrare con questa operazione che non c'è spazio alla sinistra del PD, se non per populismi inconcludenti e pericolosi per l'ordine democratico. Non spiega granché neanche capire Podemos attraverso una meticolosa ricostruzione della biografia politica e delle influenze culturali ed ideologiche che hanno caratterizzato la formazione di gran parte dei suoi leader politici, a cominciare da Pablo Iglesias. Qualcuno può forse pensare che sei milioni di spagnoli/e hanno votato Podemos perché gran parte del suo gruppo dirigente è ispirato dal filosofo argentino Ernesto Laclau e dalla sua lettura del concetto di egemonia in Gramsci, oppure perché Iglesias dichiara  superato il concetto destra-sinistra o perché ha letto Bye bye socialism di Tony Negri? Qualcosa questa ricerca sicuramente spiega, ad esempio la formazione politico culturale del gruppo fondatore, ma non risponde alla domanda del perché in Spagna la ribellione alla gestione liberista della crisi  ha come punto di riferimento Podemos e non le destre o i movimenti populisti. 

Forse fa capire meglio cos'abbia spinto oltre il 20% del popolo spagnolo a votare Podemos  analizzare il contesto sociale che ha spinto Pablo Iglesias, Iñigo Errejón, JuanMonedero, Carolina Bescansa, Pablo Echenique, Teresa Rodríguez e tanti altri/e alla decisione di costruire un nuovo partito. Tanta forza e consenso  si spiegano se si parte dal movimento degli indignati del 2011, di cui pressoché tutti i fondatori di Podemos furono fra i promotori e i protagonisti. E' proprio da una riflessione su come dare continuità a quel movimento che partorisce l'idea di Podemos come partito, una organizzazione cioè in grado di dare una risposta al bisogno di rappresentanza di quel movimento, ben evidenziato dallo  slogan que no nos representan, non ci rappresentate. Iglesias e gli altri fondatori, contrariamente a quanto le loro biografie politiche indurrebbero a pensare, rifiutano l'idea di una gestione diretta della politica da parte dei movimenti, in perenne e frontale contrapposizione con le istituzione e il sistema politico. Un movimento che ha saputo innescare conflitti sociali e culturali che ha modificato i rapporti di forza e le idee correnti nella società spagnola, non può reggere e durare senza un partito e senza proporsi e soprattutto realizzare conquiste parziali. Una lotta non la si può aprire e non chiudere più, aspettando la presa del potere. Non si può perché fra l'oggi e il domani c'è in mezzo la repressione, la doppia esistenza che caratterizza la vita di ognuno, per cui una lotta la si deve aprire e poi chiudere e poi riaprire, cercando ogni volta che la si chiude che i rapporti di forza che la chiusura definisce, siano favorevoli al movimento. E' questa la ragione che spinge Iglesias e gli altri a costruire Podemos, cioè uno strumento che da un lato dà rappresentanza al movimento e dall'altro gli offre uno sbocco politico, puntando a conquistare la maggioranza del paese ad un progetto di trasformazione. Sei milioni di voti sono la diretta conseguenza della priorità che il partito si è dato, che non è stato fare liste elettorali, ma dare continuità alle lotte sociali e all'indignazione della società. I volti delle ragazze e dei ragazzi che nel 2011 occuparono strade e piazze si sono rivisti in questi anni nei cortei di donne che hanno lottato e vinto contro la decisione più reazionaria del governo Rajoy la messa in discussione del diritto all'autodeterminazione delle donne. Si sono ritrovati nei presidi per impedire gli sfratti e non a caso oggi uno di quei volti, quello di Ada Colau, è il volto della nuova sindaca di Barcellona. Ed ancora si sono rivisti nelle mobilitazioni in difesa della scuola e sanità pubblica, nelle lotte per un nuovo modello energetico rinnovabile e poco bisognoso di energia ed infine in quelle per la libertà offesa dalla ley mordaza. E' da qui che vengono quei sei milioni di persone.  Il successo è anche figlio di scelte tattiche oculate, come quella di non essere ossessionati dalle scadenze elettorali, dove spesso sono naufragati i tentativi di costruire un nuovo soggetto della sinistra in Italia. Dopo la presenza alle europee, usata come cartina di tornasole sulla credibilità  del progetto partito, credibilità data da oltre un milione di voti, si decide di non presentare Podemos alle comunali del 27 maggio scorso. Podemos si mette a disposizione dei movimenti che hanno lottato nelle varie città e favorisce la presentazione di liste di unità popolare, che conquistano non solo Barcellona, ma Madrid, Valenzia e buona parte delle maggiori città spagnole. Vien da chiedersi perché un partito che solo un anno prima  aveva raccolto oltre un milione di voti non si presenta alle comunali? Proprio per evitare di costruire una forza elettoralistica che avrebbe snaturato il processo di costruzione del partito, riciclando personaggi politici poco credibili e concentrato gran parte del lavoro nel fare le liste. Se si concorda che è da questo contesto sociale che viene un consenso tanto grande a Podemos e al suo progetto di trasformazione della Spagna, bisognerà trarne qualche conseguenza, ad esempio chiedersi se le difficoltà e il prevalere di settarismi e difesa delle piccole identità, con cui procedono spesso i tentativi di costruire un nuovo soggetto politico della sinistra in Italia, non nascano proprio dalla mancanza di contesto sociale. Senza questo ancoraggio sociale forte è molto difficile sfuggire a operazioni di corto respiro e quasi sempre finalizzate a concorrere alle elezioni. Anche nel nostro paese però la  conflittualità sociale non manca, dalle lotte per il lavoro, a quelle ambientaliste contro le grandi opere e le trivelle, dagli insegnanti e studenti contro la demolizione della scuola pubblica alle lotte per i diritti sociali e civili. Inoltre in Italia un movimento simile a quello spagnolo del 2011 c'è stato e negli stessi mesi nei quali le piazze spagnole erano invase dagli indignati: quello sui beni comuni che seppe conquistare nei referendum la maggioranza degli italiani in difesa dell'acqua pubblica e impedì il ritorno al nucleare. Fu una straordinaria esperienza in cui migliaia e migliaia di giovani consumarono la loro prima esperienza politica, costruendo tavoli in ogni città per raccogliere le firme necessarie per realizzare i referendum e poi conquistando i voti per vincerli. Non fu solo spontaneità, ma anche uno straordinario momento di rivitalizzazione dei sindacati e forse di molta parte dei soggetti impegnati nella costruzione del nuovo soggetto. E' noto che la crescita di quel  movimento fu bloccata dagli scontri violenti nella manifestazione nazionale  di Roma, convocata proprio in contemporanea con quella degli indignati di Madrid. Oggi gran parte dei giovani protagonisti di quei referendum sono rifluiti nell'associazionismo e nel volontariato, lontani dalla politica, soprattutto senza rappresentanza politica. Forse la costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra trarrebbe grande impulso da un tentativo di ricoinvolgere questi soggetti, le loro lotte, il loro agire locale.

Con questi risultati si può affermare che il primo obiettivo che Podemos si era posto alla sua nascita, dare rappresentanza politica al movimento, è per ora acquisito, acquisizione ben espressa dalla folla che ha accolto al grido si ci rappresentate i parlamentari di Podemos, nel giorno dell'insediamento. Assai più problematico appare l'altro obiettivo e cioè conquistare la maggioranza del popolo spagnolo ad un progetto di trasformazione della società, portando al governo di Spagna le idee e i progetti pensati nelle piazze occupate nel 2011. E' del tutto evidente che il risultato elettorale non porta al potere quei progetti, apre però spazi ad un governo che ne raccolga parti rilevanti. La domanda su cui Podemos, nel suo complesso, si è interrogato dopo il voto è se la forza che l'elettorato gli ha dato sia sufficiente per avviare il cambiamento della Spagna. In altre parole  decidere se cacciare le destre e tentare un governo con i socialisti ed Izquierda Unida o in alternativa sottrarsi ai necessari compromessi che inevitabilmente sarebbe necessario fare per governare con i socialisti e altre forze, rischiando le elezioni anticipate. Senza strumentalità ed aperti ad una trattativa vera, Podemos ha scelto la strada di dare un governo al paese, costruendo una alleanza con i socialisti e Izquierda Unida, aperta al voto di forze nazionaliste non secessioniste, come il partito nazionale basco. L'intesa, sbirciand appare facilmente raggiungibile  sul puntare nei primi cento giorni di governo a risolvere le emergenze sociali: cessazione degli sfratti, blocco del taglio di luce e gas alle persone in difficoltà economiche, l'eliminazione dei ticket sanitari, la conferma del salario minimo e nuovo sostegno alla lotta contro l'inarrestabile violenza machista. Una vera e propria agenda sociale di emergenza, che faccia capire con chiarezza  alle persone il senso di marcia del nuovo governo gli interessi che vuole colpire e quelli che decide di tutelare, raccogliendo così la voglia di cambiamento espressasi nel voto. Il confronto sarà decisamente più difficoltoso quando si dovrà verificare se c'è una volontà comune di mettere in discussione quelle politiche di austerità su cui da Bruxelles sono giunti già due pesanti moniti, con richieste di nuovi cospicui tagli. Le difficoltà dell'intesa aumenteranno quando il confronto si estenderà alle riforme costituzionali, cioè alle proposte di Podemos di inserire nel nuovo patto costituzionale i diritti sociali come la casa, istruzione e sanità pubbliche e il lavoro, una riforma della legge elettorale e della giustizia e la fine della porta girevole, grazie alla quale spesso i ministri al termine del loro mandato diventavano membri dei consigli di amministrazione di grandi imprese. Infine il punto più spinoso e cioè il riconoscimento della plurinazionalità della Spagna e il diritto a decidere dei territori come tentativo di soluzione  del problema catalano. C'è uno scenario dove si intersecano questioni sociali e questioni nazionali. Al centro un nuovo progetto di paese che reclama uno stato federale e l'inizio di un processo costituente. La proposta di Podemos è perfettamente viabile, ma è del tutto evidente che una risposta positiva da parte dei socialisti incontra grandi e comprensibili resistenze di molti dei suoi dirigenti territoriali, sia per meschine ragioni di potere (fare fuori l'attuale segretario Pedro Sánchez), ma anche per ragioni vere e cioè che un'alleanza con Podemos ed Izquierda Unida  comporterebbe di per sé, per il partito socialista, scelte in  netta discontinuità con quelle compiute negli ultimi anni: dal rapporto con chi governa l'Europa, finora di obbedienza e destinato a diventare conflittuale in caso di alleanza con Podemos, alle questioni della crisi e delle ricette di politica economica e sociale con cui si pensa di risolverla, dalle questioni ambientali e lotta al cambio di clima ai probleni del lavoro. Larga parte del gruppo dirigente socialista preferisce una soluzione di unità nazionale, cioè un governo di larghe intese con Ciudadanos e il PP, isolando Podemos. Le pressioni per questa soluzione di continuità sono fortissime, a cominciare da quelle europee, che prima avevano tentato di influire sul voto, con la minaccia di riservare alla Spagna lo stesso trattamento dato alla Grecia e successivamente, dopo le elezioni,  con la richiesta di tagli alla spesa sociale per oltre 9.000 milioni di euro. La situazione è aperta a tutte le soluzioni, comprese le elezioni anticipate che al momento sembrano l'opzione temuta da tutti ma la più probabile. Nel loro comitato federale  del 30 gennaio i socialisti hanno riconfermato l'indisponibilità ad appoggiare, anche solo astenendosi, un governo PP e Ciudadanos, ma contemporaneamente hanno posto condizioni pesanti al segretario per avviare la trattativa con Podemos, in parte disinnescate dalla proposta di Sánchez di sottoporre al voto degli iscritti sia le alleanze con cui governare che le proposte programmatiche. Le prossime settimane saranno decisive e ci diranno se la Spagna avrà un governo di continuità o di cambiamento, oppure se si dovrà ricorrere  a nuove elezioni.  

Massimo Serafini

Etica e pil

 

Il Pil e l’etica statistica

11/09/2014
 

Abbiamo appreso che anche l’Italia si adeguerà all’Europa, secondo l’indicazione dell’Eurostat, nel considerare nel computo del Prodotto Nazionale Lordo (PIL) le attività illegali come il traffico della droga, il contrabbando, la corruzione e la prostituzione.

Dopo aver già inserito, a suo tempo, la stima dell’attività in nero (sommerso). Il “drogaggio” (è il termine giusto) del PIL ci permetterà di rispettare con meno difficoltà gli impegni presi in Europa. Tanto che la presentazione del DEF (Documento di Economia e Finanzia) è stata spostata ad ottobre, dopo il suddetto ricalcolo.

Naturalmente, anche la scelta europea (come se antecedentemente non esistesse la criminalità e avendo sinora imposto politiche restrittive che si sarebbero evitate se quel riconoscimento fosse avvenuto prima) è probabilmente dettata dalla ipocrisia tecnocratica di concedere una maggiore elasticità rispetto a quei parametri e non ammettere la loro impraticabilità e inconsistenza scientifica, come ormai assodato. Un “pitagorismo” economico politicamente molto utile per pretendere riforme di stampo liberistico e antipopolare imposte dai circoli finanziari e dai politici europei a loro subalterni, responsabili della stagnazione decennale e della recessione in tutta Europa.

Oltre a distrarre l’attenzione dalla causa più profonda dell’attuale crisi, non solo economica, da ricondurre innanzitutto alla “iniqua e arbitraria distribuzione del reddito e della ricchezza” (Cfr. J.M. Keynes).

A suo tempo Bruno De Finetti, un grande matematico che si intendeva anche di economia, parlava di Prodotto Interno Lordo nel senso di “sporco”. Si riferiva al fatto che nel suo computo vengono considerate in modo positivo transazioni socialmente e umanamente dannose per la comunità come le spese in armamenti, quelle causanti l’inquinamento ambientale e territoriale (a cui andrebbe aggiunto quello finanziario, non meno pericoloso, come ricordava il suo amico Federico Caffè).

Ma neppure De Finetti avrebbe immaginato che il “lordo” sarebbe diventato “lordissimo”! E tanto meno il povero Adamo Smith che era, prima che economista, docente di diritto e filosofia morale. Il PIL – come è noto – deve dar conto del valore del flusso annuale di beni e servizi prodotti che vanno ai consumi ed eventualmente ad accrescere la ricchezza di un paese (per la cui definizione non si può evadere da giudizi di valore espressi democraticamente). Ma se si considerasse il degrado ambientale, territoriale e del patrimonio artistico grazie proprio agli speculatori e alle mafie, un conto patrimoniale (che non viene effettuato) constaterebbe che la ricchezza del Paese sarebbe da molti anni in declino.

Non tutti sanno (o ricordano) i limiti di contabilizzazione del Prodotto lordo (che diventa “netto” per gli economisti quando dal “lordo” si sottraggono gli ammortamenti, cioè il consumo del capitale). In realtà questo considera soprattutto le transazioni ufficiali sul mercato, e procede a imputazioni (come nei servizi pubblici imputati al costo e cioè sostanzialmente in base alle retribuzioni dei dipendenti pubblici a prescindere dall’effettiva produttività) e con non semplici stime per le altre (come il “sommerso” e oggi con le attività illegali). Scherzosamente è stato detto che se un economista sposa la sua governante il PIL diminuisce (della sua paga). Ma anche le transazioni ai prezzi di mercato non considerano la loro scarsa significatività per la società considerata come un tutto. A seguito del crescente grado di monopolizzazione, dei fenomeni indotti di psicologia di massa, della già ricordata presenza delle molte esternalità negative. Né vanno dimenticati gli effetti distorsivi dovuti alla stessa iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza.

Così che la valutazione del PIL è da effettuare più sull’ordine di grandezza e dei suoi andamenti tendenziali, compresi i suoi principali componenti, che nei decimali di punto. Sono cose note agli esperti ma solitamente dimenticati anche dagli stessi quando (dis)informano il pubblico.

Ma dopo le sofisticate, recenti elaborazioni di Stiglitz, Sen, Fitoussi (nel rapporto Sarkozy) per rendere più significativo il PIL, da implementare anche con altri indicatori sociali, la scelta di cui parliamo è veramente paradossale. Mai come questa volta l’economia si è dissociata ufficialmente dalla morale e dal diritto.

Vale dunque ancora l’avvertimento di Federico Caffè, nel commentare il premio Nobel a Richard Stone, uno dei pionieri moderni della contabilità nazionale, sul “lavoro da compiere per ridurre i divari tra le pluralità (o schizofrenie) delle etiche statistiche” [1].

Ma c’è inoltre ancora un grave danno: quello di gettare discredito nei confronti di un’attività come quella delle rilevazioni statistiche e dei conti nazionali che sono indispensabili per azioni di consapevole politica economica e per una corretta informazione necessaria per l’esercizio democratico del cittadino. Per non parlare ovviamente dell’offesa ai tanti che hanno sacrificato la vita e tuttora la mettono in pericolo per combattere quelle attività e dalla cui sconfitta ci dovremmo avvalere per accreditarci false ricchezze e povertà morali.

Non si era detto che le attività illegali e criminali rappresentano un danno e un inquinamento per l’economia e lo sviluppo (civile)? Ecco perché dovrebbero essere innanzitutto gli economisti e l’ISTAT stesso, che ha una ben diversa tradizione, ad elevare la protesta in sede europea [2].

Sulla stima quantitativa della criminalità c’è già chi si lamenta per un non adeguato riconoscimento della “virtù” patria, che meriterebbe ben più del 2% del PIL che sembra vogliano riconoscerci: solo circa 30 miliardi, un vero affronto alle nostre organizzazioni criminali e quindi benemerite che sono anche – non dimentichiamolo – esportatrici nette (in questo caso al netto delle importazioni di reato) e quindi creatrici di “valore criminale” in Europa e ben oltre.

Questa, dunque, “èlavoltabuona” per “battere i pugni” in Europa!

Tra le condizioni richieste per “contabilizzare” il reato, ci sarebbe però quello della consensualità tra i rei, rimanendo quindi escluse le forme estorsive. Poco male, perché comunque saranno ricomprese le forme di associazione a delinquere (che moltiplicano il business e il PIL), anche se per il diritto penale rappresentano un aggravante.

Spetterà comunque al Presidente del Consiglio risolvere i conflitti di interesse (si spera) tra i suoi ministri dell’Economia dell’Interno e della Giustizia.

Ma, per riprendere il caso dell’economista e della sua governante, perché non considerare allora, in alternativa, le prestazioni delle casalinghe (e dei casalinghi) in aumento anche grazie alla recessione e al declino del lavoro (di mercato) in assenza di proposte più intelligenti?

Sarebbe “lavoltabuona” per cacciare la Troika di torno!

 

[1] F. Caffè, “Richard Stone, l’economia e l’etica statistica”, il manifesto, 19 ottobre 1984.

[2] Come ad esempio sollecita Luigino Bruni: “Pil ‘nero’, fuori dal bene comune” , Avvenire, 29 maggio 2014 .

 

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Grossman su Israele e Palestina

David Grossman: Siamo prigionieri in una “bolla” d’odio ma questo conflitto ci spinge a cambiare

Israeliani e palestinesi obbediscono da decenni alla legge della vendetta, ma nell’attuale conflitto c’è qualcosa di diverso”, secondo David Grossman. “Sento che stiamo maturando. Con dolore e sofferenza, siamo costretti a crescere”

Ricordare il futuro

di David Grossman

LA SITUAZIONE in cui sono intrappolati israeliani e palestinesi assomiglia sempre di più a una bolla ermetica, sigillata. In questa bolla, con gli anni, entrambe le parti hanno messo a punto giustificazioni convincenti e raffinate per qualunque azione da esse intrapresa. Israele può dire, a ragione, che nessun Paese al mondo rimarrebbe immobile di fronte agli incessanti attacchi di Hamas, o alla minaccia dei tunnel sotterranei. E Hamas, dal canto suo, giustifica gli attacchi contro lo Stato ebraico sostenendo che il suo popolo è ancora sotto occupazione e che i cittadini della Striscia di Gaza languono a causa del blocco imposto da Israele.

IN UNA
situazione in cui i cittadini israeliani si aspettano che il loro governo faccia qualunque cosa perché nessun bambino rimanga vittima di un commando di Hamas che spunta da sottoterra nel mezzo di un centro abitato limitrofo alla Striscia, chi mai potrebbe discutere con loro? E cosa risponderemo alla gente bombardata di Gaza che sostiene che le gallerie e i razzi sono le ultime armi che ha a disposizione per contrastare una potenza come Israele? Dentro a questa bolla ermetica, crudele e disperata, ciascuna delle parti, ognuna dal suo punto di vista, ha ragione. Ciascuna obbedisce alla legge della bolla: quella della violenza e della guerra, della vendetta e dell’odio.
La domanda più importante che dovremmo porci ora, in piena guerra, non concerne gli orrori che si verificano ogni giorno. Dovrebbe piuttosto essere questa: com’è possibile che da oltre cento anni noi e i palestinesi soffochiamo insieme dentro questa bolla? Siccome non posso porre questa domanda ai rappresentanti di Hamas, e non ho la presunzione di capire il loro modo di pensare, la faccio ai dirigenti del mio paese, all’odierno primo ministro e ai suoi predecessori: come avete fatto a sprecare il tempo trascorso dall’ultimo conflitto senza intraprendere nessuna iniziativa di dialogo, senza tentare un approccio
con Hamas per cercare di cambiare l’esplosiva realtà tra noi? Perché Israele, negli ultimi anni, ha intenzionalmente evitato di avviare un negoziato con la parte più moderata e aperta al dialogo del popolo palestinese, anche solo per fare pressione su Hamas? Perché per dodici anni ha ignorato l’iniziativa della Lega Araba che avrebbe potuto coinvolgere Paesi arabi moderati e imporre forse un compromesso a Hamas? In altre parole, come mai, per decenni, i governi israeliani non sono stati in grado di pensare al di fuori della bolla?
Eppure, malgrado tutto, nell’attuale confronto tra Israele e Gaza c’è qualcosa di diverso. Al di là dei toni infiammati di alcuni politici che fomentano il fuoco della guerra e dietro alla grande messinscena di “unità” — in parte genuina, ma per lo più artefatta — della popolazione israeliana, accade qualcosa che riesce a incentrare l’attenzione di molti israeliani su un meccanismo alla base di tutta la “situazione”, un meccanismo di ripetitività sterile, letale.
Qualcosa, in questo ciclo di violenza, di vendetta e di contro-vendetta, rivela a molti israeliani un’immagine che finora avevamo rifiutato di riconoscere. Improvvisamente riusciamo a vedere con brutale chiarezza il ritratto di Israele: un Paese audace, con fantastiche capacità creative e di inventiva, che da più di cento anni gira intorno alla macina di un conflitto che avrebbe potuto essere risolto anni fa. Se rinunciassimo per un momento a considerare le ragioni e le motivazioni con le quali ci proteggiamo da sentimenti di compassione e di semplice umanità verso i moltissimi palestinesi le cui vite sono sconvolte da questa guerra, forse riusciremmo a vederli girare insieme a noi, all’infinito, intorno a questa macina, accecati e intorpiditi dalla disperazione.
Non so cosa pensino esattamente i palestinesi in questi giorni, che cosa pensi la gente di Gaza. Sento però che Israele sta maturando. Con dolore, con sofferenza, digrignando i denti, Israele cresce. O meglio, è costretto a crescere. Nonostante le dichiarazioni bellicose e i proclami infiammati di politici e di commentatori, al di là delle feroci invettive di energumeni della destra contro chi la pensa diversamente da loro, al di là di tutto questo, il flusso centrale dell’opinione pubblica israeliana sta acquistando lucidità.
La sinistra è più consapevole dell’intensità dell’odio verso Israele (che non deriva solo dall’occupazione), della minaccia dell’integralismo islamico e della fragilità di qualunque accordo verrà firmato. Molte più persone, a sinistra, capiscono oggi che i timori e le ansie degli esponenti della destra non sono soltanto paranoie ma scaturiscono da una concreta realtà. Spero che anche la destra riconosca — seppure con rabbia e frustrazione — i limiti della forza, il fatto che anche un Paese forte come il nostro non può agire unicamente secondo la propria volontà e che, nell’epoca in cui viviamo, non ci sono più vittorie inequivocabili. Ci sono soltanto “fotogrammi di vittoria” che lasciano il tempo che trovano e il cui negativo ci mostra che nelle guerre ci sono unicamente perdenti e non esiste una soluzione militare al reale malessere del popolo che abbiamo di fronte. E fintanto che il senso di soffocamento della gente di Gaza non si dissiperà nemmeno noi, in Israele, potremo respirare con agio, con entrambi i polmoni.
Noi israeliani lo sappiamo da decenni, e da decenni ci rifiutiamo di capirlo. Ma forse, questa volta, lo abbiamo capito un po’ di più, oppure, per un momento, abbiamo visto la nostra vita da una prospettiva un po’ diversa. È una comprensione dolorosa, e sicuramente minacciosa, ma potrebbe essere l’inizio di un cambiamento e indicare agli israeliani la necessità impellente, l’urgenza di raggiungere una pace con i palestinesi come piattaforma per un’intesa anche con gli altri Stati arabi. Potrebbe mostrare la pace — così disprezzata oggi — come l’opzione migliore e più sicura fra quelle a disposizione. Anche Hamas maturerà una comprensione del genere? Non posso saperlo. Ma la maggior parte del popolo palestinese, rappresentato da Mahmoud Abbas, ha già optato, in pratica, per l’abbandono del terrorismo e per il negoziato. E potrà il governo israeliano dopo i recenti, sanguinosi scontri e la perdita di tanti giovani a noi cari, esimersi dal tentare almeno questa strada? Continuare a ignorare Mahmoud Abbas come elemento essenziale per la soluzione del conflitto? Continuare a rinunciare alla possibilità di un accordo con i palestinesi in Cisgiordania che conduca a un graduale miglioramento dei rapporti con il milione e 800mila abitanti di Gaza?
In quanto a noi, in Israele, non appena la guerra sarà terminata, dovremo cominciare a creare un nuovo tipo di solidarietà che modifichi il quadro degli odierni, ristretti interessi settoriali. Una solidarietà fra coloro che sono consapevoli del pericolo mortale di continuare a girare la macina. Fra coloro che capiscono che le linee di confine oggigiorno non sono più tra arabi ed ebrei ma tra chi aspira a vivere in pace e chi invece si nutre, emotivamente e ideologicamente, di violenza e ne vuole il proseguimento. Sono convinto che in Israele ci sia ancora una massa critica di persone, di sinistra e di destra, religiosi e laici, ebrei e arabi, in grado di approvare, in maniera coerente e senza farsi illusioni, tre o quattro punti di un accordo per una soluzione del conflitto con i nostri vicini. Molti “ricordano ancora il futuro” (un ossimoro, una locuzione strana, ma azzeccata in questo contesto) che desiderano e che augurano a Israele e alla Palestina. C’è chi si rende conto (chissà per quanto tempo ancora) che, se ci faremo sopraffare dall’apatia, se lasceremo le cose in mano agli altri, ci sarà chi ci trascinerà tutti, con fermezza e impeto, nella prossima guerra e, strada facendo, attizzerà ogni possibile focolaio di scontro nella società israeliana. E noi tutti, israeliani e palestinesi, continueremo a girare con gli occhi bendati, a testa china, accomunati dalla disperazione e intorpiditi dalla stupidità, intorno alla macina del conflitto che frantuma e polverizza le nostre vite, le nostre speranze e la nostra umanità.
( Traduzione di Alessandra Shomromi)

la repubblica 28.7.14

la grande rotta dell industria italiana. di Vincenzo Comito. Sbilanciamoci

La grande rotta dell'industria italiana

12/07/2014
  

Dalla cessione del gruppo Pirelli ai russi per pochi euro all'annunciata vendita di Saipem da parte dell'Eni. Fino alle ultime vicende che riguardano Alitalia, Ilva e Indesit. Il governo italiano resta alla finestra mentre l'industria italiana finisce nelle mani dei grandi gruppi industriali stranieri

Per quanto riguarda il controllo delle imprese grandi e medio-grandi del nostro paese le notizie non sono più quelle di una lenta ritirata del capitale nazionale, ma di una rotta sostanzialmente disordinata. Nell’ultimo periodo abbiamo così assistito, tra l’altro, alla pratica cessione del gruppo Pirelli ai russi per pochi euro e del controllo del Monte dei Paschi, tra l’altro a investitori sudamericani, sempre per una manciata di soldi. Intanto l’Eni annuncia la vendita di quella grande impresa che è la Saipem e, naturalmente, dal momento che non si troveranno investitori nazionali disponibili, l’ambita preda finirà in mani lontane. Anche la annunciata e insensata privatizzazione di Fincantieri - un’impresa che da qualche tempo naviga sulla giusta rotta e che dovrebbe semmai essere aiutata ad espandersi ancora -, potrebbe portare qualche sgradevole sorpresa sul fronte della proprietà; con questo governo c’è sempre da aspettarsi il peggio.

Ma ora, in attesa di altri annunci della stessa natura, fanno notizia soprattutto le vicende di Indesit, Ilva, Alitalia.

Per quanto riguarda quest’ultima, l’epilogo della vicenda sembra vicino, con i sindacati posti di fronte alla drammatica alternativa di accettare, e in fretta, dei pesanti tagli all’occupazione o vedere a questo punto la chiusura definitiva della compagnia; non esistono in effetti altre soluzioni, di fronte tra l’altro ad un interlocutore, quello arabo, che, sapendo di avere il coltello dalla parte del manico, ha avanzato richieste molto pesanti anche alle banche, tra l’altro indurendo le sue richieste nei loro confronti diverse volte negli ultimi mesi. Con una conclusione in qualche modo positiva della vicenda si chiuderebbe peraltro uno scandalo, che dura da sessanta anni, di spreco di risorse pubbliche, di immistione senza freni della politica più deteriore nelle vicende della compagnia, di gravi incompetenze di gestione.

Per quanto riguarda l’Indesit, si è chiusa una falsa asta tra produttori americani, tedeschi e cinesi per la conquista della compagnia. In realtà, si sapeva da tempo che avrebbe vinto la statunitense Whirlpool, anche se, ad esempio, l’offerta cinese era economicamente migliore e quella tedesca politicamente più opportuna. Si sussurra, in effetti, che l’attuale amministratore delegato della società marchigiana fosse da tempo in relazioni di amicizia con il responsabile europeo della stessa Whirlpool e che i due, di fronte anche ad azionisti disorientati e passivi, si fossero messi d’accordo sulla transazione già da molto tempo. Bisognerà stare almeno attenti, ora, perché la nuova proprietà rispetti le decisioni di quella vecchia in merito ai recenti impegni assunti in termini di investimenti ed occupazione, anche se, di nuovo, con l’attuale governo non c’è da sperare molto in questo senso.

Ma indubbiamente la partita più rilevante per il paese si gioca in questo momento sull’Ilva. Le notizie di queste ore parlano di una garanzia da parte del governo verso il sistema bancario perché continui almeno per il momento ad alimentare le casse della società ormai al limite dell’asfissia; di una pratica defenestrazione di Ronchi, sub-commissario per le questioni ambientali, in pratica costretto a dare le dimissioni; del mancato e parallelo rifiuto, almeno per il momento, dello stesso governo ad utilizzare gli 1,8 miliardi di euro, a suo tempo sequestrati dalla magistratura, per il risanamento ambientale e per i nuovi investimenti necessari alla ripresa dell’azienda. Intanto proseguono le trattative, sembra esclusive, con Arcelor Mittal per una cessione della compagnia.

Le notizie che arrivano non sono dunque confortanti. Il governo, con una rappresentante della Confindustria come la Guidi nella sua compagine, cerca di dare il minor fastidio possibile ai capitalisti nostrani, trattando con i guanti gialli la stessa famiglia Riva; intanto esso, apparentemente, si disinteressa del risanamento ambientale, mentre a Taranto si continua a morire e ad ammalarsi e mentre il calo recente delle emissioni nocive sembra dovuto in buona misura alla chiusura, più o meno momentanea, di una parte degli impianti; d’altro canto, si è scelto per l’intervento nel capitale l’interlocutore sbagliato, quella indiana Arcelor Mittal che è già fortemente presente in Europa, dove ha già una capacità produttiva largamente in eccesso. Un suo intervento nel capitale dell’Ilva, motivato quindi semplicemente con il tentativo di impedire l’ingresso nella compagine azionaria dei concorrenti cinesi o coreani, significherebbe probabilmente un taglio abbastanza drastico degli impianti e conseguentemente dell’occupazione. La vicenda continua a svolgersi peraltro con il possibile ed ulteriore intervento della magistratura.

Auspichiamo da tempo che, a difesa degli interessi dei lavoratori e dello stesso sviluppo dell’economia nazionale, che nella nuova compagine azionaria entri, in posizione di rilievo, una qualche entità pubblica, la Cassa Depositi e Prestiti o lo stesso Tesoro. Ma c’è da sperare qualcosa in tale direzione visto l’orientamento fanaticamente liberista dell’attuale governo e avendo la sensazione che ai posti di comando siano presenti molti dilettanti allo sbaraglio?

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paradigma spazzatura

Condivido gran parte Documento Vendola ma vedo ancora diversi nodi irrisolti...

 

 

Ho fatto  un errore  in questi anni e me ne meraviglio io stessa. Mi sono sempre dimenticata di premettere nelle mie prese di posizione che su buona parte delle analisi e delle proposte ero d accordo con Vendola, anche quando avevo differenze non piccole da evidenziare. Mi pareva scontato dal momento che stavo nello stesso  partito e invece scontato non era. Anche in questo Congresso , pur condividendo analisi, programmi e principi che stanno alla base del documento congressuale ho alcune osservazioni da fare, che con altre e altri ho tradotto in alcuni, pochi, emendamenti. Parto da una presa d atto della realta'. Il PD dopo lunghe e consapevoli discussioni da due anni e mezzo ha scelto governi di larghe intese con il Pdl( prima  con Monti ora con Letta) dimostrando un tasso di volontà' di cambiamento delle politiche economiche, sociali, ambientali e dei diritti quasi nullo. Dunque che fare? Aspettare che il PD cambi posizione? Non mi pare questa la strada che una forza di sinistra quale vuol essere Sel possa prendere. E  allora vale poco dire che dobbiamo continuare il dialogo con il PD, anche perché' con gli elettori del PD il dialogo non si interrompe naturalmente mai dato che li incontriamo ogni giorno in vari luoghi. Se vogliamo dare più spessore e visibilità' alla iniziativa politica di Sel, oltre al buon lavoro che diversi parlamentari stanno svolgendo, dobbiamo essere capaci noi di incrociare e interloquire con  quelle forze associative e quei moltissimi cittadini che si oppongono a questo Governo ( e non mi riferisco al mettere insieme quei pezzetti quasi estinti di sinistra politica  perche' mai ho pensato ad una  sinistra minoritaria e di protesta). Solo contendendo spazio politico al Pd, come facemmo insieme a molti altri con la battaglia sull'acqua pubblica e il nucleare ad esempio, possiamo mettere in campo forze nuove e nuovi cittadini , solo facendo fino in fondo della battaglia sulla Costituzione un segno distintivo del nostro profilo allargheremo ad un popolo vasto la possibilità' di dire la sua  opinione sul presidenzialismo, sulla scuola pubblica, sulla sanità, sul lavoro. Solo legandoci alle tante decine  di migliaia di giovani precari e ai lavoratori in pericolo di disoccupazione prefigurando un altro modello di sviluppo e di consumi potremo spiegare la nostra idea alternativa di Italia e di Europa e le nostre proposte per uscire dalla crisi. A me pare che Sel abbia sofferto di attendismo,  ancora l'altro ieri abbiamo rivolto un altro accorato appello affinche' il pd abbandonasse le  larghe intese e loro ci hanno risposto rivotando la fiducia .Adesso pensano di tagliare la Sanità pubblica, così come hanno confermato i miliardi da spendere sugli f35 e non hanno scelto ne la patrimoniale ne una modulazione dell’ Imu a seconda dei redditi e non dei metri quadrati. Scelte che anche una parte non piccola di elettori pd non condivide e si organizza per contrastare. Oggi noi di Sel possiamo diventare veramente l unica opposizione  parlamentare al governo e alle scelte che Pdl e Pd stanno facendo purtroppo insieme. Non mi pare  possa  svolgere questo ruolo  il Mov 5 Stelle, con tutte le sue serissime contraddizioni programmatiche e la sua inesistente vita democratica. Ma per farlo dobbiamo riprenderci una autonomia di azione politica a tutto campo che ancora non vedo. E  porci il tema  della costruzione di una sinistra politica che continua a mancar all’Italia. Questa e' la principale scelta congressuale da compiere. La seconda attiene il modo con il quale affronteremo le elezioni europee: serve una profonda e radicale messa in discussione delle politiche monetarie ed economiche europee altrimenti lasceremo spazio al populismo delle destre e a Grillo ( come a Le Pen in Francia). Una sorta di ripetizione della esperienza Italia Bene Comune in Europa mi pare da escludere perché' una radicale messa in discussione non sarebbe possibile stante la sostanziale condivisione e applicazione delle politiche europee da parte del Governo Letta e del suo partito.

L'ultima scelta da fare una volta per tutte e’ l apertura di Sel, un mantra che tutti recitiamo ma che alla prova dei fatti non corrisponde alla realtà'. Più' chiusi di così  non potremmo essere.

E con un livello di partecipazione e di coinvolgimento dei nostri aderenti molto basso.

Ecco queste sono le principali obiezioni che mi sento di avanzare dentro la cornice di quel documento per contribuire a fare in modo che il Congresso dia buoni frutti.

 

Fulvia Bandoli

Qualche parola sul congresso di SeL per favore....

certo so che Sinistra Ecologia Libertà è una piccola formazione politica, ma il silenzio che avvolge il  suo percorso Congressuale è totale. Non ne parlano i giornali della destra naturalmente ma neppure quelli del pd o della sinistra. Eppure tra 10 giorni scadono i termini per presentare emendamenti  integrativi o sostitutivi al documento base proposto da Vendola. Dopo di che si può dire che il congresso in gran parte sarà prevedibile e scontato. Per la verità ne parla poco anche il nostro sito nazionale che gli emendamenti non prevede neppure di pubblicarli così che gli iscritti almeno li conoscano e possano valutare se firmarli o no. Gli emendamenti presentati finora

 riguardano questioni discusse tante volte dentrosel, tra gli iscritti o i nostri elettori : quale tipo di  rapporto  tenere con il pd dopo che questo partito ha abbandonato la strada del centrosinistra per dedicarsi con intensità alle larghe intese, se sia o no il caso di avere un atteggiamento che segni l’autonomia della iniziativa politica di sel dal pd su contenuti di politica economica e sociale, sui temi della costituzione e del presidenzialismo, e su molto altro ancora. Chi propone un emendamento aggiuntivo o anche sostitutivo non propone  di scaravoltare per aria tutto, cerca piuttosto di dare voce ad  interrogativi che spesso ci poniamo nei circoli, o su Internet, ma che poche volte arrivano nei Congressi.  Anche se va detto che il regolamento congressuale di sel è molto impervio: servono infatti 625 firme per presentare un emendamento e addirittura 1050 per un documento alternativo. Da raccogliere in 18 giorni in 5 diverse regioni d’Italia. Una veramuraglia invalicabile. Ma alcune persone temerarie e sconsiderate,tra le quali anch’io, ci stanno ugualmente provando a presentare alcuni emendamenti, non per avere rappresentanze o posti ( che la mia carriera politica è tutta alle spalle e non ho alcuna intenzione di riprenderla..) ma soltanto per dare un poco di sostanza alla discussione che sembra invece avviata su di un binario che lascia prevedere per Vendola un consenso quasi unanime, bulgaro si sarebbe detto una volta. Io e altre e altri pensiamo che SEL, con il 3,2, non sia andata bene alle ultime elezioni, anche se vediamo bene la differenza tra l’avere o il non avere una rappresentanza parlamentare, pensiamo che sia sempre più  chiusa nei suoiconfini e che l’aver perso due terzi quasi degli iscritti rispetto all’anno scorso sia un campanello d’allarme che andrebbe ascoltato , riteniamo che il rapporto con il pd sia stato e sia ancora oggi  segnato da contraddizioni tali che hanno finito per annebbiare tratti fondamentali del nostro profilo.  E crediamo infine che in italia manchi ancora una sinistra politica popolare e radicata nella società che sappia parlare a quei molti milioni di elettori di sinistra che si sono astenuti alle ultime elezioni o hanno votato Mov 5Stelle per disperazione. Naturalmente io non penso che una sinistra così possa nascere dal collage dei vari pezzetti di partitini della sinistra, esperimento già fatto e più volte fallito. Ma non credo neppure che una Sinistra cosi possa nascere standoall’ombra di un pd che da due anni e mezzo ha scelto purtroppo di governare con le destre. Il pd romperà quell’abbraccio solo seincalzato, dobbiamo contendergli spazio politico, aprire contraddizioni al suo interno e tra i suoi elettori.  A cominciare dalle risposte da dare alla crisi economica, che Letta e il pdaffrontano come la affrontava Monti, senza nessuna redistribuzione e senza alcuna giustizia sociale. Mentre per noi questi sono due cardini. Così come è essenziale che con l’Europa si ricontratti tutto . E dunque la  vera domanda e’ questa: nei prossimi mesi intensificheremo la nostra opposizione, daremo gambe a movimenti civici ,del lavoro , della riconversione ecologica, della libertà femminile, dei diritti civili e dei migranti? E ci prepareremo ad elezioni europee  portando avanti l’ esigenza di rivedere tutte le politiche economiche della Bce?  Io penso che la nuova strada di Sel dovrebbe essere questa e non è una strada estremista ma l’unica che può darci la forza per diventare una Sinistra più forte e con una cultura del cambiamento, che accetta la sfida del governo come tutte le sinistre europee, ma che non accetta di snaturarsi pur di governare. Ma allora tu vuoi rompere con il pd mi dice sempre una compagna carissima…che ha dimenticato che è il pd che ha rotto con il centrosinistra e che dimentica anche che oggi SEL è all’opposizione di questo  Governo e dunque all’opposizione anche rispetto al pd.

Unire i democratici o fare finalmente in soggetto politico di sinistra?

 

Leggendo il Manifesto di oggi si ha la conferma netta che dentro quel partito si confrontano ipotesi diverse quasi su tutto. Cofferati fa una intervista maggiormente volta alla immediatezza politica e dice in sostanza che bisogna fare subito una nuova legge elettorale e andare al voto, uscendo dalla ragnatela del pdl. Che e' stato un errore accettare di mettere prima la riforma della costituzione e poi la legge elettorale e che la condanna di Berlusconi complica ancora di più' le cose. Come non concordare! Bettini invece si dedica alla prospettiva e alla retrospettiva, e come sempre riesce con parole e scenari affascinanti a stare distante dalla immediatezza delle scelte da fare. Si tratta comunque di un articolo pieno di cose  condivisibili sia nell analisi e forse anche nella esigenza finale che propone: azzerare tutto a sinistra e ripartire con un nuovo soggetto politico. Che riparta dalle persone, e dunque dalle diseguaglianze almeno per me. Se non ci fosse qualche "ma" che bisogna pur nominare. Bettini con Veltroni e stato uno dei più convinti costruttori del PD, e anche allora l obiettivo era quello di mettere insieme tutti i democratici nello stesso partito. Se il PD non è stato un successo, e questo Bettini lo ammetterà spero, allora non si può' riproporre oggi lo stesso percorso. Quello che non e' bastato e' stato proprio mettere insieme tutti i democratici, termine generico per quanto legato ad una parola per tutta la sinistra molto importante come democrazia. Perché anche tra le forze liberali e di destra spesso vi sono stati e vi sono democratici autentici. A me pare che senza una idea dello sviluppo e della sua qualità' ambientale e sociale, senza una comune visione sui diritti del lavoro e di quelli civili, senza una proposta sulla democrazia economica e sui poteri che invece la strangolano ogni giorno, senza una posizione comune sulla Costituzione e sulla forma di governo, senza una idea del mondo e di quanto cambino la nostra vita le immense diseguaglianze che aumentano, senza tutto questo ,che mi pare la sostanza di una moderna forza della sinistra italiana ed europea ( che in Italia non ce') unire i democratici significa troppo poco. Quanto al fatto che i movimenti siano carsici e appaiano e scompaiano posso concordare, e' sempre stata e sempre sarà' la natura di ogni movimento grande e piccolo. Ma se un partito che lavora alla alternativa alle destre non intercetta nulla, anzi spesso non ascolta neppure e nulla impara dalle pratiche politiche dei movimenti ( cito per tutti quello femminista  che mi pare il più longevo ma molti altri ne potrei citare) allora c'è qualcosa di molto serio che non funziona nella forma e nella sostanza di quel partito. Non voglio sminuire il tentativo di Bettini, che so sincero, ma oggi sfuggire al qui ed ora non mi pare possibile. E il qui e ora e' che il PD governa da due anni con il Pdl , prima con Monti e adesso con Letta,la sua carica trasformatrice non si vede, e anche il congresso che si profila se il Pd  resta dentro questo governissimo sarà' l ennesima schermaglia tra gruppi di potere e correnti e non un confronto di merito. Io naturalmente spero che di Bettini non ce ne sia solo uno ma molti, e anche di Cofferati e di Civati e via di seguito..ma non posso più confidare, anzi non ho mai confidato in persone singole per quanto illuminate. proprio da Ingrao ,che è' stato maestro mio e anche di Bettini e dalla mia esperienza politica,ho imparato che solo un agire politico collettivo riporta le persone alla partecipazione e ridefinisce un gruppo dirigente autorevole e contendibile.In caso contrario siamo solo singoli che a volte ci prendono  e a volte si sbagliano.la scelta del Pd, per me sciagurata ,di stare nel governo di larghe intese  non era il frutto di un agire politico collettivo e consapevole, di un confronto con i cittadini e le persone in carne ed ossa, ma l ennesimo frutto avvelenato di una emergenza che non ha mai fine. Mentre nel lungo periodo come diceva qualcuno saremo tutti morti, nel breve e nel medio periodo se a guidarci e' sempre e solo l' emergenza  siamo tutti ininfluenti e irrilevanti. Dunque e' sicuramente vero che serve un altro soggetto politico all Italia, popolare e ampio e radicato nelle persone, ma a mio parere quel soggetto deve essere un soggetto della Sinistra, non genericamente l Unione dei democratici. Un soggetto politico della sinistra che manca  in Italia dall 89 , e che la nostra generazione non è' stata capace di costruire. Finito il pci, alcuni hanno pensato di rifondarlo ,fallendo, altri hanno provato a dimenticarlo del tutto fallendo anch essi. I primi inseguivano una impossibile imitazione, i secondi sono diventati sempre più simili alle forze rispetto alle quali dovevano costruire una alternativa. Un paese europeo senza una sinistra politica popolare e distinguibile io non riesco a concepirlo. E non solo io mi pare. Se tre milioni di elettori di sinistra hanno votato Grillo e altri tre si sono astenuti dal voto qualcosa vorrà pur dire. ci interessano sei milioni di persone oppure no? E non sono certo io ad avere nostalgia di una sinistra dura e pura, perché' mai sono stata in un partito del genere. la cultura di governo che aveva il pci pur essendo un partito comunista l ho trovata poche volte in altre forze della sinistra. Ma tra l avere una cultura di governo e  il diventare subalterni a qualsiasi cultura della governabilità' fino a rendersi indistinguibili a milioni di persone c' e' una bella differenza.

congressi gemelli?

Congressi gemelli  pd/ sel  su contenuti e collocazioni divaricanti?

Ma che proposta è mai questa? Capisco bene che dare senso alla politica oggi non è facile per nessuno ma uno sforzo almeno lo si dovrebbe fare. Smeriglio parte dalla bella vittoria di Roma ( al netto di un’ astensione drammatica che dovrebbe preoccuparci tutti) per dire che questo di Roma e del Lazio sarebbe l’ennesimo laboratorio ( troppi ne ho visti…) per riaprire la strada alla costruzione di una sinistra e di un centrosinistra come dio comanda. E la proposta che avanza è quella di  incrociare i congressi di sel e del pd. A parte il fatto che anch’ io vivo a Roma e non ho visto tutto quello che vede lui , soprattutto dentro il pd, ho visto anche che ha vinto un candidato, Marino, sostenuto da tutto il centrosinistra e anche di più e soprattutto caratterizzato da una forte discontinuità rispetto alle posizioni ufficiali del pd. Marino non era il candidato benedetto dal pd ( erano altri e lo sappiamo), Marino votò Rodotà presidente e si espresse chiaramente contro le larghe intese. E io penso che queste posizioni lo abbiano e di molto avvicinato all’elettorato di sinistra e di centrosinistra. Non credo si tratti di dettagli.  Oggi il pd governa con le destre e per farlo ha rotto il centrosinistra, apre al presidenzialismo, si astiene su di una mozione a difesa della applicazione della legge 194 presentata da sel, balbetta sulle cose da ricontrattare con l’Europa che sono tante e dirimenti per dare risposte alternative alla crisi del liberismo rigorista, e anche sulla diminuzione delle spese militari o su quali siano le opere pubbliche prioritarie o le politiche da fare su fisco e lavoro non pare avere idee simili a quelle che esprime Sel.  Insomma come fu sprecato il voto e il segnale che venne dalle amministrative e dai referendum di due anni or sono ( quando non si colse la carica di cambiamento ma il pd decise di guardare a Monti prima sostenendolo e poi rincorrendolo per tutta la campagna elettorale- motivo principale per la sconfitta del centrosinistra-) mi pare che il pd con la sua collocazione nel governissimo e con le politiche e le riforme che si appresta a fare rischi di sprecare anche questo ottimo segnale che viene dalle recenti elezioni  amministrative. Io dunque non credo che una proposta  come quella di  fare i congressi in contemporanea, possa risolvere alcunchè , se non creare ulteriori ambiguità. Se il pd rompesse con il governissimo, se accettasse un confronto franco sui temi che dovrebbero caratterizzare la sinistra ( e che anche smeriglio elenca nel suo articolo) allora potrei discuterne o almeno considerare l’idea. Ma che Sel, pur piccola quanto si vuole, ma unica opposizione seria al governo di larghe intese ( perché Mov5stelle  mi pare totalmente incapace di caratterizzarsi con una qualche opposizione sensata e comprensibile) si dia come obiettivo oggi, non la costruzione di una sinistra popolare più ampia ma di fare il suo congresso incrociato con il pd mi pare francamente, oltre che un errore, una proposta che prescinde completamente dal merito e che rischia di sprecare la spinta innovativa presente nel paese e che va colta.  Sel , nel fare la sua alleanza prima delle politiche con il pd, a mio parere, non insistette a sufficienza su alcuni contenuti riformatori  e sul carattere da dare alla campagna elettorale,  e il risultato di questa alleanza ambigua li abbiamo visti sia in campagna elettorale sia nel voto al centrosinistra tutto. Tutto il centrosinistra non fu percepito come alternativo al centrodestra e non seppe raccogliere il voto di protesta ma anche di cambiamento che si indirizzò verso il mov 5 stelle anche se molti non lo ritenevano del tutto affidabile. Ma del centrosinistra che prometteva di governare con Monti si fidarono ancora meno. Ora qualcuno può veramente pensare che siano vitali e attrattivi due congressi gemelli, uno di un partito che è al governo con le destre e fa riforme che non condividiamo, e un altro quello di sel che è o dovrebbe essere capace di parlare a tutte le forze che nel paese si oppongono a questo governo? Io avrò una idea vecchia di cosa debba essere un congresso ma sono abbastanza certa che per fare congressi abbinati e gemelli bisogna avere come minimo la stessa piattaforma programmatica, altrimenti prendiamo in giro noi stessi e anche i cittadini italiani. Dunque mi pare una proposta estemporanea e astratta, ma penso anche sia un modo sbagliato per  tentare di spostare un pochino a sinistra il pd, spostamento che avverrà semmai  e  solo se la società organizzata e la cultura politica di tante e tanti spingono in quella direzione.