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Nadine Gordimer, l’ “africana bianca”

14 luglio 2014
di Anna Maria Crispino

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Per un’appassionata lettrice come me, incontrare una scrittrice di cui si conoscono i libri è un’esperienza allo stesso tempo esaltante e spiazzante.  Quando poi capita di incontrala non in un’occasione consueta, quale quella che si può presentare ad una giornalista mandata a intervistare la scrittrice straniera in tour promozionale in Italia, ma a casa sua, nel suo paese, allora l’esperienza si conserva in un angolino del cuore dove si ripongono le cose preziose, come in uno scrigno. Mi è capitato con Nadine Gordimer, morta poche ore fa a Johannesburg, all’età di 90 anni.

 

L’annuncio è un colpo al cuore, pur sapendo che era malata, perché oltre che una grande scrittrice Nadine Gordimer era un monumento, un’icona,  l’esempio in carne ed ossa di come capire, pensare, agire a partire da sé  – lei, sudafricana bianca, anzi “africana bianca”, così amava definirsi – può produrre una di quelle eccezionali singolarità che dimostrano come un altro mondo sia possibile. L’avevo intervistata a Milano alla fine degli anni Ottanta, prima che le assegnassero il Nobel (1991), quando ancora il Sudafrica dell’apartheid teneva Nelson Mandela in carcere e la sua sembrava una nobile utopia: mettere fine al segregazionismo nel suo Paese, creare una società in cui bianchi, neri e coloured potessero convivere.

Poi nel 2000 mi capitò di fare tappa a Johannesburg – venivo dall’Angola ancora in guerra, avrei proseguito per il Mozambico devastato da un’alluvione -  e la città mi parve a prima vista “quasi” europea,diversissima dalle altre città che avevo visitato, con il centro affollato e congestionato di auto, i quartieri residenziali sulle alture, case bianche con giardini pieni di fiori. Ma era solo una prima impressione: era un’altra Africa quella che aveva prodotto Johannesburg, l’Africa dell’apartheid – non solo del colonialismo – e allora, a sei anni dalla fine del regime, il passato recente era ancora visibilissimo nel tessuto urbano:  i bianchi ricchi avevano fatto presto a costruirsi delle cittadelle fortificate fuori della città protette da guardie armate, il centro non più vietato ai neri sembrava abbandonato a se stesso e alla violenza della disperazione, le ex-township come Soweto gravitavano come satelliti distanti, assediati da immigrati dai paesi confinanti, poveri tra i poveri.

La villetta bianca in cui viveva Nadine Gordimer era relativamente modesta per essere in un quartiere collinare punteggiato di minacciosi cartelli con la scritta “Chi entra può essere sparato” (ottimo mestiere quello della guardia privata, che non conosce crisi, sottolineò ). Il suo cancelletto però era aperto e lei ci venne incontro scrollando le spalle “Non bado molto alla sicurezza”, disse accogliendo me e altri 4 o 5 giornalisti italiani in visita. Ci sedemmo in circolo nel giardino posteriore, sotto un portico ombroso.  Ci offrì una bevanda fresca, a quel tempo aveva già 77 anni,  piccola, quasi minuta, lo sguardo attento curioso e penetrante. Le ero grata per avermi  riconosciuto, dopo oltre 10 anni, ammiccando con un piccolo sorriso prima di rivolgersi agli altri e poi mettersi  in ascolto.

Ma quando inizia a parlare, le domande non hanno più importanza: lei è lì, nella sua casa, nel suo Paese, e noi siamo quell’Occidente (“europei”, ci chiama) che viene a interrogarla su cosa accade, su cosa si può sperare da quell’esperimento di democrazia “arcobaleno” così coraggioso, così diverso  dal resto dell’Africa (e del mondo, per la verità). E nelle sue parole viene fuori tutta la carica di una combattente lucida e appassionata,  di una donna che non ha avuto paura  e che pensa al futuro senza nascondersi le immani difficoltà del presente. Perché, spiega, “come poteva il Sudafrica risolvere enormi problemi di povertà nel giro di cinque, sei anni? Dovete darci tempo, perché il problema non risale al 1948, quando prese il potere il Partito Nazionale (bianchi afrikaner di origine olandese, detti boeri, ndr) e il sistema dell’apartheid divenne istituzionale. Questa storia risale allo sbarco dei coloni olandesi al Capo nel 1652” (Leggendaria, n. 22/2000).

La differenza tra essere bianchi e essere neri – racconta – lei l’ha capita da bambina (il padre era un ebreo lituano)  e “penso a quanto tempo c’è voluto, tutti questi anni, da quei giorni della mia infanzia”.  Si accalora, si appassiona nel difendere quello che è stato fatto dal 1994 – cioè dalle prime elezioni democratiche e multietniche che portarono al potere la maggioranza nera – senza tuttavia nascondere il tantissimo che c’è ancora da fare (nell’istruzione, nella sanità, per il lavoro e per la mancanza di case). Sembrava gigante  questa piccola donna bianca che avrebbe potuto vivere godendo dei suoi privilegi ma che invece ha scelto di schierarsi con la lotta dell’African National Congress di Nelson Mandela (“un dono del cielo per  noi”, lo definisce) perché non sopportava l’ingiustizia. La sua non è una difesa sentimentale, ma una lezione di lucida analisi politica. “Potrei definirmi un’ottimista con gli occhi bene aperti”, dice ricordando la straordinaria esperienza (allora ancora in corso) della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, o la desegregazione delle scuole – “Non è magnifico? Sono loro, i bambini, la nostra speranza”.  “Con un po’ di fortuna dovremmo riuscire a mettere in cantiere una sorta di New Deal per creare occupazione e aumentare la scolarizzazione. Io ho delle speranze per questo Paese”, concludeva.

Oggi, pensando a lei, mentre si continua a dibattere del nodo apparentemente inestricabile memoria-perdono-convivenza riemerso con forza brutale per noi europei nei Balcani negli anni Novanta e ora di nuovo in primo piano nella fiammata di violenza che sta facendo precipitare il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Siria e altrove, mi viene da chiedermi se quell’ottimismo “con gli occhi bene aperti” che Nadine Gordimer professava all’inizio del millennio abbia retto alla morte di Mandela, alla corruzione dei governi dei suoi successori, alla povertà, alla disoccupazione, alle diseguaglianze che caratterizzano il suo Sudafrica.

Rivedo il suo sguardo acuto e mi auguro che non abbia patito nei suoi ultimi anni, che – al di là delle critiche che pure non risparmiava alle autorità di Pretoria – la speranza nel tempo e nelle nuove generazioni non le sia venuta meno.  Credo e spero di no, perché ha continuato a scrivere, spinta forse da quella forte convinzione che deve averla sorretta per tutta la vita: “Bisogna andare avanti e continuare a vivere”, vale a dire continuare a pensare, credere e sperare. E lottare come lei ha fatto, sempre.

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Il “patto di stabilità e crescita”, come noto, impone vincoli ai disavanzi degli Stati membri dell’Unione Europea e obblighi di riduzione dello stock del debito. È opinione piuttosto diffusa che questi impegni siano insensati e, soprattutto, insostenibili; peraltro, nelle pieghe del “patto di stabilità” vi sono alcuni margini di flessibilità che potrebbero addolcire la amara pilloladell’austerity di marca europea. Questi margini di flessibilità, però, sono tutt’altro che trasparenti e sollevano un serio problema di democrazia. Per capirlo, occorre addentrarsi nei meandri tecnici del patto di stabilità.

Come in un gioco di specchi, il “patto di stabilità” si sdoppia in due atti diversi e intrecciati tra loro. Quello comunemente chiamato “fiscal compact” è un trattato internazionale, non un atto normativo dell’Unione Europea, e lega dal 2012 quasi tutti gli Stati membri, tranne il Regno Unito e la Repubblica Ceca (la quale ha però dichiarato di recente l’intenzione di aderire). Il secondo “patto di stabilità”, invece, è un complesso di norme contenute nel Trattato e in alcuni regolamenti, resi più stringenti nel 2011, in cui è contenuto anche il parametro di riferimento per calcolare il deficit massimo per ciascuno Stato Membro cui rinvia anche il fiscal compact (1) (l’“obiettivo di bilancio a medio termine”).

La definizione puntuale dell’obiettivo di bilancio a medio termine per ciascuno Stato membro è rimessa al Consiglio e per l’Italia tale obiettivo è il pareggio di bilancio “in termini strutturali”. Sul piano del debito pubblico, invece, il fiscal compact prevede che gli Stati membri che abbiano un rapporto debito/PIL superiore al 60% debbano ridurlo di 1/20 all’anno. Si tratta di un obiettivo difficile da realizzare, almeno nelle condizioni attuali di bassa crescita e (relativamente) bassa inflazione. Nelle pieghe del trattato, però, troviamo un singolare rinvio all’art. 2 di uno dei regolamenti del “patto di stabilità” comunitario (2), in cui si dice, tra l’altro, che il ritmo di riduzione del debito può variare tenendo conto di fattori di vario genere, con un giudizio dato caso per caso dalla Commissione, secondo una “valutazione globale equilibrata”. Tra gli elementi di cui la Commissione può tenere conto spiccano “l’influenza del ciclo economico sul ritmo di riduzione” e l’attuazione di politiche di crescita “in una strategia comune della UE”.

Consiglio e Commissione, quindi, sono chiamati a fare valutazioni e a prendere delle decisioni che impattano direttamente sui limiti di spesa dei singoli stati e sul ritmo di riduzione del debito pubblico. Il problema maggiore, però, non risiede nella trasparenza e nella legittimazione democratica delle istituzioni comunitarie, ma nelle grandezze economiche che stanno alla base delle loro valutazioni. In altri termini: il problema politico si nasconde dietro a una questione cognitiva.

Il patto di stabilità, infatti, ruota attorno al concetto di deficit (o avanzo) “strutturale”, ossia una valutazione che tenga conto del ciclo economico. Per calcolare l’impatto del ciclo occorre sottrarre dal Pil potenziale di un certo paese, ossia il Pil che quel paese avrebbe se tutti i fattori produttivi fossero utilizzati al massimo e senza creare inflazione, il suo Pil effettivo (c.d. outputgap). Il Pil potenziale, a sua volta, è inversamente correlato alla disoccupazione strutturale di un certo paese, la quale potrebbe essere calcolata in base a diversi parametri e secondo diverse metodologie, che implicano tutte un certo grado di discrezionalità e soggettività (3).

Ma chi compie queste valutazioni che hanno impatti importanti sulle capacità di spesa dei governi nazionali? Il criterio per calcolare il Pil potenziale viene approvato dall’ECOFIN e viene periodicamente discusso e rivisto, con la cooperazione del Comitato di Politica Economica (CPE), che dal 1974 coadiuva il Consiglio fornendo analisi e valutazioni economiche. Il CPE è composto da tecnici di ciascuno Stato Membro, in maniera tale che le decisioni, anche quelle apparentemente tecniche, siano fornite di una qualche, sia pur blanda e indiretta, legittimazione politica. Il CPE, a sua volta, ha costituito sette gruppi di lavoro, composti da economisti esperti di specifici settori, tra cui vi è l’Output Gap Working Group, che si occupa specificamente dei criteri per calcolare l’output gap,che vengono periodicamente rivisti. L’anno scorso, ad esempio, i criteri di calcolo dell’impatto del ciclo sul Pil sono stati cambiati, anche se questo non dovrebbe produrre effetti significativi sul calcolo della componente ciclica, ma solo sul calcolo separato di entrate e uscite strutturali (4). Sta di fatto che qualsiasi variazione dei criteri di calcolo proposta dall’Output Gap Working Group e poi approvata dal CPE e dal Consiglio, potrebbe avere un impatto sui limiti di spesa che i singoli governi hanno a disposizione, come lo stesso DEF ammette.

Formalmente, non si tratta di scelte politiche, ma di valutazioni meramente tecniche. In realtà, dietro la facciata di algide regole formali e di previsioni economiche “oggettive”, si celano spazi di discrezionalità amplissimi e zone grigie, dove il controllo democratico è assente. Quella che altrimenti sarebbe una mera descrizione della realtà o una previsione sul futuro, al contatto con le norme del “patto di stabilità” si trasforma inesorabilmente in una stringente prescrizione, dando corpo agli obblighi di realizzare il pareggio di bilancio e di ridurre il debito pubblico. A sua volta, scelte politiche vengono legittimate da grandezze, quali il Pil potenziale e la disoccupazione strutturale, presentate come dati oggettivi, ma che in realtà implicano un certo grado di discrezionalità, se non di arbitrarietà. E, quindi, anche tali grandezze sono espressione di scelte politiche.

 

1 Regolamento n. 1466/97, art. 2-bis

2 Regolamento 1467/97, modificato dal Regolamento n. 1467/11.

3 Si vedano: Fazi, “Ma Renzi lo conosce il fiscal compact?”, www.sbilanciamoci.info 1.04.2014 e Fantacone, Garalova e Milani, “Una previsione europea difficile da accettare”, www.lavoce.info31.03.14.

4 In particolare, per calcolare la componente ciclica sul Pil si moltiplica l’output gap per un fattore di “elasticità’” del bilancio statale rispetto al ciclo economico. Dal 2013, questo fattore è stato ridotto (semi-elasticità). V. Documento di economia e finanza 2014, pag. 37.



 

 

 

 

 

 

L'Italia va alla riunione del Consiglio Europeo del 25 e 26 giugno prossimo con ancora poche carte in mano. Quello che - per dirla con Krugman - gli "austerici" europei (da Juncker alla Merkel) sembrano concedere a Renzi e a Hollande sono tante parole generiche su lavoro e crescita e qualche piccolissima concessione sulle regole di bilancio. Quello che si prevede è, al massimo, la possibilità di esplorare i margini di flessibilità già previsti dai trattati. Margini che, tra l'altro, l'Italia ha già utilizzato nel corso dell'approvazione del DEF, quando ha chiesto di far slittare di un anno il pareggio di bilancio, dal 2015 al 2016.

Niente di nuovo, dunque per il momento. Il documento per il Consiglio Europeo che circola in queste ore è un paper di quattro pagine pieno di petizioni di principio, di indicazioni sommarie, senza alcun vincolo e senza nessun impegno, sulle questioni economiche e sociali e che ricorda che dalle regole del patto di stabilità non si deroga. Al massimo un po' di flessibilità senza sgarrare le regole.

Infatti Renzi ha affermato nel suo discorso alla Camera che: "il rispetto delle regole non è in discussione e non vogliamo violare la regola del 3%" e ha rivendicato come le sue riforme possano rimettere l'Italia sulla carreggiata. A parte qualche facile strale retorico contro "i sacerdoti ed i profeti" dell'austerità, nel merito Renzi non ha avanzato alcuna proposta concreta per cambiare, almeno un po', il rigorismo del patto di stabilità. Poteva proporre di scorporare gli investimenti in crescita ed occupazione dalle regole del patto, oppure avanzare la richiesta di una conferenza europea sul debito o, ancora, poteva chiedere maggiori poteri per la Banca Centrale Europea per una politica monetaria più aggressiva e in funzione di una dinamica espansiva dell'economia reale. Niente di tutto ciò.

A parte qualche furbata retorica contro i rigoristi dell'austerità, nel concreto Renzi è stato afono sul punto principale: come cambiare le politiche di austerità. Per il momento la prima decisione che Renzi sta prendendo è di appoggiare la candidatura di Juncker - lui sì, sacerdote e vestale dell'austerità - a capo della Commissione Europea.

Non proprio un bel segnale per la presidenza italiana del semestre europeo che si sperava all'insegna della rimessa in discussione delle politiche sino a qui seguite a Bruxelles a a Francoforte.In Europa Renzi non cambia verso.

Grazie Madiba padre e maestro di tutti noi.

Una persona gentile, una lotta gentile. Una determinazione umana e politica giusta e gentile. Non c’è nulla di più vero per chi come me, per la mia generazione e per quella dei nostri genitori. Una forza immensa, un esempio dal tono sempre delicato e modesto ma politicamente fortissimo.

 
Non riesco ad immaginare la sconfitta dell’apartheid senza la sua guida intelligente umana.

 

Nella storia in tanti hanno deluso dopo lotte, rivoluzioni, conquiste. Lui no. Mandela mai. Forse ha dato anche il meglio di se dopo la sua liberazione dopo 27 anni di prigionia, di duro isolamento, di lavori forzati
Ha saputo guidare e costruire la fase di transizione dalla sua liberazione e la fine della messa al bando dell’African National Congress alla realizzazione delle prime elezioni libere e

democratiche del Sud Africa. Una fase delicatissima dove si sono messe le basi della nuova impalcatura democratica e sociale della nazione arcobaleno. In quegli anni ho avuto la fortuna di seguire quel processo da vicino e l’insegnamento che ha prodotto su di me e su chi ha vissuto quei passaggi istituzionali e politici, è incalcolabile, profondamente delineante la forma mentis del presente e del futuro.

 

Un solco che ha impresso un'identità solidale e politica a tutte le azioni di lotta contro il razzismo, per la liberazione dei popoli e la lotta alla povertà che succesivamente abbiamo costruito. Quella che una volta chiamavamo internazionalismo. Un termine che ha in se più che un'evocazione antica, un senso altamente moderno per chi crede ancora che un mondo diverso e più giusto sia possibile e che se gli uomini e le donne lo vogliono è possibile davvero. Lo ha detto bene oggi Barak Obama nel ricordare cosa per lui ha rappresentato la figura di Mandela.

Ci ha insegnato che l’inesorabile si può sconfiggere. Che l’utopia è sana ed possibile che si avveri se la lotta è giusta e se viene mantenuta una lotta rigorosa moralmente e politicamente. Le tante lotte per la fine dell’apartheid, le tante raccolte di firme per la sua liberazione, l’impegno della società civile, delle associazioni, i partiti i sindacati, le Università, i Comuni e altre istituzioni, così come il mondo della cultura della musica e in modo straordinariamente importante il mondo dello sport, hanno tessuto negli anni una tela capillare fatta di uomini e di donne per l’isolamento del regime dell’Apartheid e poi il suo superamento, la sua definitiva sconfitta politica. Tutto questo è senz’altro stato possibile perchè aveva una statura morale altissima e salda.

Lo sport ha saputo fare la sua parte. Mandela gli assegnava e riconosceva tutta la potenzialità che questo poteva esercitare, prima durante la lotta e poi nella difficile costruzione della nazione arcobaleno. Non a caso queste sono state le sue parole: "Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirarare, il potere di unire le persone come poche altre cose sono in grado di fare. Parla ai giovani in una lingua che capiscono. Lo sport può creare speranza, dove una volta c'era solo disperazione. È più potente dei governi nel abbattere le barriere razziali. Lo sport ride in faccia a ogni tipo di discriminazione." La  UISP ha fatto la sua parte negli anni della lotta contro l'apartheid partecipando e promuovendo iniziative per la denuncia dell'odioso regime della segregazione razziale e promuovere il suo isolamento economico e politico, prendendo parte attiva anche nella struttura specificamente promossa dalle Nazioni Unite per lo Sport contro l'apartheid. 

Il Premio Nelson Mandela, nella sua prima edizione a Perugia nel 1990 e poi l'ultima edizione nel 2010 a Johannesburg durante i Mondiali di Calcio in Sud Africa, ne sono una testimonianza importante di cui essere fieri oggi. Nella lotta al razzismo e ogni forma di discriminazione che ogni giorno portiamo avanti  nelle palestre, nelle mille attività che costruiamo nei territori e nei Mondiali Antirazzisti dove trovano il loro straordinario culmine coinvolgendo migliaia di ragazze e ragazzi in una rinnovata forza e fiducia in un mondo migliore. Un luogo dove si incontrano persone unite dalla convinzione che il razzismo debba essere relegato solo in un Museo, non nel dimenticatoio ma in una continua e fertile capacità di guardarlo in faccia senza indugi e con coraggio quando si manifesta e sapere che non sarà mai sconfitto se non siamo noi a tenere sempre vigile la guardia, sforzandoci di leggere e interpretare ciò che accade nella nostra società, favorendo processi di incontro, conoscenza, amicizia e così la forma più reale e semplice di integrazione. Questi gesti sono la concreta testimonianza di come possiamo essere migliori. Queste azioni sono il modo più umano e giusto per offrire il nostro tributo a un grande uomo e a un padre che ci accompagnerà sempre. "Il lungo cammino verso la libertà", quella piena quella giusta, è ancora davanti a noi e noi non dobbiamo dimenticare, sapendoci rinnovare ogni giorno. 

Oggi la sfida in Italia è la lotta per la cittadinanza sulla base del principio dello "ius soli" delle donne e degli uomini migranti, la chiusura dei CIE  e assicurata  l'accoglienza per chi fugge dalla povertá e dalla guerra. Su questo fronte ispirati da Madiba continueremo a lottare fino a che non saranno affermati questi diritti umani e inalienabili.

Raffaella Chidodo Karpinsky

 

Pietro Barcellona era un intellettuale militante: una specie che ha costituito a sinistra una norma e ora è un’eccezione. Di essere questa eccezione, ha avuto piena consapevolezza fino agli ultimi giorni. Era anche uno studioso di specialissima qualità culturale. Di formazione giuridica, aveva allargato i suoi interessi ai più vari campi del sapere, dalla filosofia, non solo del diritto, alla sociologia, all’antropologia, alla teologia. Da decenni coltivava una vera passione per la psicanalisi. Confessò che il passaggio politico dell’89 gli aveva procurato una seria depressione, che curò con quegli strumenti terapeutici, e di lì rimase per sempre coinvolto in quegli studi di introspezione nei lati oscuri della mente.

E’ stato un affascinante docente d’Università, nella sua Catania, con molti allievi, ma sempre in giro, disponibile a parlare con tutti e dovunque. Era uno straordinario affabulatore, brillante, ironico, tagliente, dissacrante. Sorrideva mentre parlava, e diceva spesso il contrario di quello che ci si aspettava di ascoltare. Praticava la politica, anche di base, da convinto comunista, parlamentare del Pci, vicinissimo collaboratore di Pietro Ingrao, animatore della rivista Democrazia e diritto e presidente del Centro per la Riforma dello Stato, in uno dei momenti di maggiore vivacità di ricerca e di dibattito. Ancora oggi era una presenza amata e cercata nel Crs, e ne sentiremo dolorosamente la mancanza.

L’ultima occasione di incontro d’anime, come si dice, era stata l’iniziativa di quella lettera sull’emergenza antropologica che avevamo redatto insieme a Beppe Vacca e a Paolo Sorbi. Si era appassionato all’argomento con un entusiasmo che direi quasi infantile. Ci credeva che quello fosse un problema. Del resto, da qualche anno si era introdotto in quel sentiero di confine, che va sotto il nome di post-umano. In una Lectio per l’occasione di un compleanno di Ingrao, aveva scelto di trattare proprio questo tema. La sua critica, a volte con toni apocalittici, di una manipolazione tecnologica del corpo, e dunque della vita, lo impegnava in prima persona. Aveva, in tarda età, incontrato sul suo cammino la dimensione religiosa, in primo luogo cristiana. Incontro con Gesù, è uno dei suoi ultimi libri. Aveva scritto sempre molto. Fitta la sua bibliografia, vasta, come dicevamo, di argomenti.

Ma era la sua simpatica, aperta, gioviale, estroversa, capacità di contatto con gli altri che più si ricorda e che più rimpiangeremo. Si spendeva nelle più diverse iniziative, sempre pronto a partire ad ogni invito di discussione. Fino all’anno scorso, ad esempio, dalla sua Sicilia saliva, in pieno agosto, verso le montagne del Nord-Est per partecipare agli annuali incontri dell’associazione "Macondo", con rivista "Madrugada", su invito di quella straordinaria figura che è don Giuseppe Stoppiglia.. Aveva colto, recentemente, con la sua acuta percezione degli slittamenti interiori provocati dall’attuale disagio di civiltà, che accanto al ragionare, al pensare, andava ritrovata e coltivata la necessità del sentire, accanto alla mente la psiche, possibile motore di riconoscimento reciproco e anche occasione di una nuova possibile volontà di ribellarsi. Soffriva a volte per il suo forzato isolamento. Avrebbe voluto essere di più coinvolto nelle battaglie del presente.

Pietro era uno di quegli uomini, preziosi, che la politica alternativa, antagonistica, come voleva lui che fosse, ha colpevolmente dimenticato, con grave danno per sé e per tutti. Dovremo tornare non solo a ricordarlo ma a studiarlo, a ripercorrere le traversie della sua ricerca purtroppo interrotta. E’ un impegno che prendiamo come Crs, la sua vecchia casa, dove oggi gli amici e i compagni lo piangono.